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La classe media della santità

classemedia1Ci risiamo, lo ha fatto ancora una volta. Cosa? Domenica scorsa 14 aprile, durante la Santa Messa a San Paolo fuori le mura papa Francesco ha citato nuovamente l'idea di uno scrittore, in questo caso francese. Si tratta di Joseph Malègue (1876-1940) che in Pierres noires: Les Classes moyennes du Salut aveva coniato l'espressione 'la classe media della santità'. Se dedichiamo spazio a questa riflessione non è certo perché l'abitudine di papa Francesco di citare autori presi dalla letteratura e dalla poesia profana ci inquieti, anzi; riteniamo che egli abbia ancora una volta colpito nel segno, in quel dialogo che la Chiesa deve avere con tutto e con tutti.

Con riferimento specifico alla classe media della santità il papa non ha voluto dire, come qualcuno potrebbe pensare, che ci possiamo accontentare di una santità media; l'espressione maleguiana sta invece a ricordarci - e così la utilizza il Santo Padre (anche se, certo, è stata interpretata anche in altri modi visto che l'opera di Malègue rimase incompiuta) - che la santità riguarda tutti; anche le persone più piccole e nascoste, come potrebbero essere un'anziana signora sola nel suo appartamento o un malato o ancora una mamma indaffarata; tutti siamo chiamati a vivere nella grazia di Dio e possiamo essere santi, anche se il nostro nome non sarà elevato, come si dice, agli onori degli altari.

La santità riguarda me e te, non è solo quella dei mistici o dei martiri; ci sono, si, anche questi tipi di santità che assumono le caratterestiche proprie del carisma - dono, cioè, fatto da Dio al singolo per l'utilità comune - ma la santità in quanto tale non si prova con una fenomenologia particolare (estasi, miracoli, visioni). Così San Benedetto Labre, Santa Edith Stein, Santa Teresa di Lusieux vivevano indisturbati accanto agli altri senza che li si ritenesse santi. Di santa Teresina, ad esempio, al momento della morte non sapevano cosa dire, perché alle consorelle pareva che la sua fosse stata una vita alquanto ordinaria.

Vorremo, però, porre l'attenzione all'utilizzo che il papa fa di autori che non appartengono alla tradizione cristiana; attenzione ai fraintendimenti: l'utilizzo di espressioni, le citazioni di opere o di nomi da parte del Santo Padre, anche se fatte all'interno del suo magistero ordinario, non hanno il significato di canonizzarne i testi o le persone, così come di relativizzare il contenuto proprio del cristianesimo, di annacquarlo o, peggio ancora, di un'assunzione acritica di ogni contributo della riflessione umana.

Se il Santo Padre utilizza anche tali autori è perché in ogni cosa, anche in quelle che più o meno apertamente sembrano negare Dio, la religione o il cristianesimo, può essere presente la voce unica del Verbo. Con l'atto della morte e risurrezione il Cristo ha abbracciato ogni cosa, ha dato compimento a tutta la storia umana, non solo quella avvenuta prima di quell'atto ma anche quella successiva. Quell'evento è il centro verso cui punta tutta la storia del mondo, verso cui si volge tutta l'umanità. Si tratta, per il cristiano, di assumere uno sguardo su Dio e sul mondo e che avviene attraverso - come dice von Balthasar - gli occhi semplici della fede, non come acricità e incapacità di riflettere ma come sguardo approfondito, come percezione della realtà attraverso la luce derivante dalla fede. Significa, in definitiva, uno sguardo cattolico, capace cioè di ricondurre ad unità senza dimenticarsi di nulla, rapportando Chiesa e mondo al proprio centro, a Cristo.

Papa Francesco non fa altro, dunque, che applicare ciò che la Lumen Gentium chiama praeparatio evangelica (n. 16), servendosi delle conoscenze letterarie di cui dispone. Non è forse questa la missione della Chiesa, riportare e rapportare tutto a Dio?

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