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Annunciare la morte di Cristo con semplicità

cantalamessa1Tornare alla semplicità nell’annuncio di Cristo, morto e risorto, abbattendo quegli impedimenti che sono di ostacolo all’evangelizzazione: residui di cerimoniali, eccesso di burocrazia, controversie passate. E’ l’esortazione levata dal predicatore della Casa Pontificia, padre Raniero Cantalamessa durante la predica della Passione del Signore presieduta nella Basilica Vaticana da Papa Francesco . “La fede cristiana – ha detto il sacerdote francescano – ha una risposta sicura” da dare ai grandi interrogativi del mondo secolarizzato e del nostro continente europeo.


"Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio. Ma sono giustificati gratuitamente..." (Rm 3). Siamo giunti al vertice dell'anno della fede, al momento risolutivo di questo anno di grazia. Questa è la fede che salva, che vince il mondo, la fede mediante la quale noi facciamo nostra la redenzione operata da Cristo. Da Una parte c'è la mano di Dio che si protende verso l'uomo, dall'altra la nostra che è la fede. Così si può realizzare quella stretta di mano che ci salva. Per ogni uomo il principio della vita è quello a partire dal quale Cristo è stato immolato per lui. Sant'Ilario diceva: "prima di conoscerti, io non esistevo". E parla di Gesù.
“Cristo è morto per tutti”, l’urgenza che ne deriva è l’evangelizzazione, la trasmissione a tutti della Buona Notizia. Giunti al “vertice dell’anno della fede, dono del Papa emerito Benedetto XVI” – spiega padre Cantalamessa – abbiamo la possibilità di prendere oggi la decisione più importante della nostra vita: credere che Gesù è morto per i nostri peccati, risorto per la nostra giustificazione”. Non nascondiamoci come Adamo dopo la colpa, riconosciamoci bisognosi di essere giustificati senza autogiustificarci:
Cosa straordinaria! Questo Venerdì Santo celebrato nell’anno della fede e in presenza del nuovo successore di Pietro, potrebbe essere, se lo vogliamo, il principio di una nuova vita.
Se il nostro pianeta fotografato ai raggi infrarossi dall’alto dei satelliti appare diverso da come lo vediamo alla luce naturale, standoci dentro; così la vita umana vista dall’alto del Calvario, appare diverso da ciò che vediamo ad occhio nudo. Da lì – osserva il predicatore della Casa Pontificia – appare evidente che nonostante tutte le miserie, le ingiustizie, le mostruosità esistenti sulla terra, in Cristo, morto e risorto, il mondo ha raggiunto la sua meta finale, si è inaugurato il definitivo ordine del mondo: il male e la morte sono sconfitti:
Una cosa soprattutto appare diversa, vista con gli occhi della fede: la morte! Cristo è entrato nella morte come si entra in una prigione oscura; ma ne è uscito dalla parete opposta. Non è tornato indietro da dove era venuto, come Lazzaro che torna a vivere per morire di nuovo. Ha aperto una breccia verso la vita che nessuno potrà più richiudere, e per la quale tutti possono seguirlo. La morte non è più un muro contro cui si infrange ogni speranza umana; è diventata un ponte verso l’eternità. Un “ponte dei sospiri”, forse, perché a nessuno piace morire, ma un ponte, non più un abisso che tutto inghiotte.

Cristo ha sconfitto la morte. Questa la risposta sicura che solo la fede cristiana può dare ai grandi interrogativi del mondo secolarizzato. Tanti – constata padre Cantalamessa – gli uomini alla finestra che sognano di ricevere questo messaggio: la “buona novella” che Gesù ha esortato di predicare come “dono di Dio” ad ogni creatura. L’evangelizzazione cristiana – aggiunge il predicatore francescano - - non è conquista o propaganda: dobbiamo fare il possibile perché nella Chiesa il messaggio di salvezza non trovi impedimenti, ma esca libero e gioioso come quando iniziò la sua corsa:

Sappiamo quali sono gli impedimenti che possono trattenere il messaggero: i muri divisori, a partire da quelli che separano le varie chiese cristiane tra di loro, l’eccesso di burocrazia, i residui di cerimoniali, leggi e controversie passate, divenuti ormai solo dei detriti.

Padre Cantalamessa paragona la Chiesa a quegli edifici antichi che per adattarsi alle esigenze del momento nel corso dei secoli hanno subito modifiche: scalinate, stanze, tramezzi, adattamenti che possono non rispondere più alle esigenze attuali. Di qui l’invito a trovare il coraggio di abbatterli per riportare l’edificio alla semplicità e linearità delle origini.

Fu la missione che ricevette un giorno un uomo che pregava davanti al crocifisso di San Damiano: “Va’, Francesco, ripara la mia Chiesa”.Che lo Spirito Santo, in questo momento in cui si apre per la Chiesa un tempo nuovo, pieno di speranza, ridesti negli uomini che sono alla finestra l’attesa del messaggio e nei messaggeri la volontà di farlo giungere ad essi, anche a costo della vita.

(Fonte: Paolo Ondarza per Radio Vaticana, 29 marzo 2013)

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