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Sinodo dei vescovi: terzo giorno

e300f6724ce193b9021dae8b29d90ca2Sono iniziati nella mattinata di mercoledì 10 ottobre 2012 i lavori dei Circoli Minori della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, ai quali erano presenti 250 Padri Sinodali, per l’elezione dei Moderatori e dei Relatori dei Circoli Minori e per l’inizio della discussione sul tema sinodale. I nominativi dei Moderatori e dei Relatori dei Circoli Minori eletti, resi noti dal Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi nel corso della Quinta Congregazione Generale di questo pomeriggio, sono pubblicati di seguito. Sempre nel pomeriggio, ha avuto inizio la Quinta Congregazione Generale, per la continuazione degli interventi dei Padri Sinodali in Aula. È seguito un tempo per gli interventi liberi.

 

SOMMARIO


QUINTA CONGREGAZIONE GENERALE
(MERCOLEDÌ, 10 OTTOBRE 2012)



- ELENCO DEI MODERATORI E RELATORI DEI CIRCOLI MINORI

- INTERVENTI IN AULA (CONTINUAZIONE)

- S. Em. R. Card. Jean-Louis TAURAN, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso (CITTÀ DEL VATICANO)
- S. E. R. Mons. Pascal WINTZER, Arcivescovo di Poitiers (FRANCIA)
- S. E. R. Mons. Louis PELÂTRE, A.A., Vescovo titolare di Sasima, Vicario Apostolico di Istanbul, Amministratore Apostolico dell'Esarcato Apostolico di Istanbul (TURCHIA)
- S. E. R. Mons. Luis Augusto CASTRO QUIROGA, I.M.C., Arcivescovo di Tunja (COLOMBIA)
- S. E. R. Mons. Christopher Charles PROWSE, Vescovo di Sale (AUSTRALIA)
- Rev. P. Adolfo NICOLÁS PACHÓN, S.I., Preposito Generale della Compagnia di Gesù (Gesuiti)
- S. E. R. Mons. Joseph KALLARANGATT, Vescovo di Palai dei Siro-Malabaresi (INDIA)
- S. Em. R. Card. Vinko PULJIĆ, Arcivescovo di Vrhbosna (BOSNIA ED ERZEGOVINA)
- S. E. R. Mons. Joseph ATANGA, S.I., Arcivescovo di Bertoua, Presidente della Conferenza Episcopale (CAMERUN)
- S. E. R. Mons. Sérgio DA ROCHA, Arcivescovo di Brasília (BRASILE)
- S. E. R. Mons. Ricardo BLÁZQUEZ PÉREZ, Arcivescovo di Valladolid (SPAGNA)
- S. E. R. Mons. Héctor Rubén AGUER, Arcivescovo di La Plata (ARGENTINA)
- S. E. R. Mons. Benedito Beni DOS SANTOS, Vescovo di Lorena (BRASILE)
- S. E. R. Mons. William Charles SKURLA, Arcivescovo di Pittsburg dei Bizantini, Presidente del Consiglio della Chiesa Rutena (STATI UNITI D'AMERICA)
- Rev. P. Josep María ABELLA BATLLE, C.M.F., Superiore Generale dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria (Clarettiani)
- S. Em. R. Card. Stanisław DZIWISZ, Arcivescovo di Kraków (POLONIA)

- INTERVENTO DI SUA GRAZIA ROWAN DOUGLAS WILLIAMS, ARCIVESCOVO DI CANTERBURY, PRIMATE DI TUTTA L'INGHILTERRA E DELLA COMUNIONE ANGLICANA (GRAN BRETAGNA)



ELENCO DEI MODERATORI E RELATORI DEI CIRCOLI MINORI


In apertura della Quinta Congregazione Generale il Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, S.E.R. Mons. Nikola ETEROVIĆ, Arcivescovo Tit. di Cibale (CITTÀ DEL VATICANO) ha dato lettura dell’Elenco dei Moderatori e dei Relatori dei Circoli Minori, eletti nella Prima Sessione di questa mattina:

Moderatori

Anglicus A
- S. Em. R. Card. Wilfrid Matthew NAPIER, O.F.M., Arcivescovo di Durban (SUD AFRICA)

Anglicus B
- S. E. R. Mons. Diarmuid MARTIN, Arcivescovo di Dublin (IRLANDA)

Anglicus C
- S. Em. R. Card. Oswald GRACIAS, Arcivescovo di Bombay, Segretario Generale della "Federation of Asian Bishops' Conferences" (F.A.B.C.) (INDIA)

Anglicus D
- S. Em. R. Card. George PELL, Arcivescovo di Sydney (AUSTRALIA)

Gallicus A
- S. Em. R. Card. Jean-Louis TAURAN, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso (CITTÀ DEL VATICANO)

Gallicus B
- S. E. R. Mons. Yves PATENÔTRE, Arcivescovo di Sens (FRANCIA)

Germanicus
- S. E. R. Mons. Ägidius Johann ZSIFKOVICS, Vescovo di Eisenstadt (AUSTRIA)

Hispanicus A
- S. E. R. Mons. Carlos AGUIAR RETES, Arcivescovo di Tlalnepantla, Presidente della Conferenza Episcopale, Presidente del Consiglio Episcopale Latinoamericano (C.E.L.AM.) (MESSICO)

Hispanicus B
- S. E. R. Mons. Julio César TERÁN DUTARI, S.I., Vescovo di Ibarra (ECUADOR)

Italicus A
- S. Em. R. Card. Leonardo SANDRI, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali (CITTÀ DEL VATICANO)

Italicus B
- S. Em. R. Card. Angelo BAGNASCO, Arcivescovo di Genova, Presidente della Conferenza Episcopale (ITALIA)

Italicus C
- S. Em. R. Card. Fernando FILONI, Prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli (CITTÀ DEL VATICANO)

Relatori

Anglicus A
- S. E. R. Mons. Joseph Edward KURTZ, Arcivescovo di Louisville, Vice Presidente della Conferenza Episcopale (STATI UNITI D'AMERICA)


Anglicus B
- S. E. R. Mons. Bernard LONGLEY, Arcivescovo di Birmingham (GRAN BRETAGNA)

Anglicus C
- S. E. R. Mons. Philip TARTAGLIA, Arcivescovo di Glasgow (SCOZIA)

Anglicus D
- S. E. R. Mons. Kieran O'REILLY, S.M.A., Vescovo di Killaloe (IRLANDA)

Gallicus A
- S. E. R. Mons. Dominique REY, Vescovo di Fréjus-Toulon (FRANCIA)

Gallicus B
- S. E. R. Mons. Claude DAGENS, Arcivescovo di Angoulême (FRANCIA)

Germanicus
- S. E. R. Mons. Ladislav NEMET, S.V.D., Vescovo di Zrenjanin (SERBIA)

Hispanicus A
- S. E. R. Mons. Ricardo BLÁZQUEZ PÉREZ, Arcivescovo di Valladolid (SPAGNA)

Hispanicus B
- S. E. R. Mons. Santiago Jaime SILVA RETAMALES, Vescovo titolare di Bela, Ausiliare di Valparaíso, Segretario Generale del Consiglio Episcopale Latinoamericano (C.E.L.AM.) (COLOMBIA)
Italicus A
- S. E. R. Mons. Salvatore FISICHELLA, Arcivescovo titolare di Voghenza, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione (CITTÀ DEL VATICANO)

Italicus B
- S. E. R. Mons. Bruno FORTE, Arcivescovo di Chieti-Vasto (ITALIA)

Italicus C
- Rev. P. Renato SALVATORE, M.I., Superiore Generale dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi (Camilliani) (ITALIA)

 



INTERVENTI IN AULA (CONTINUAZIONE)


- S. Em. R. Card. Jean-Louis TAURAN, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso (CITTÀ DEL VATICANO)

Mi riferisco al numero 73 dell’Instrumentum laboris: “Il contesto interreligioso e il confronto con le grandi religioni dell’Oriente viene salutato come un’occasione fornita alle nostre comunità cristiane di approfondire la comprensione della nostra fede, grazie agli interrogativi che un simile confronto suscita in noi...”.
Alcuni cristiani, ignorando spesso il contenuto della loro fede e incapaci quindi di viverla e di viverne, non sono adatti al dialogo interreligioso che inizia sempre con l’affermazione delle propie convinzioni: non c’è posto per il sincretismo o il relativismo! Di fronte ai seguaci di altre religioni con un’identità religiosa forte, occorrono cristiani motivati e preparati dal punto di vista dottrinale. Per questa ragione, la nuova evangelizzazione è una priorità, al fine di formare cristiani coerenti, capaci di rispondere della propria fede, mediante parole semplici e senza paura.
Il dialogo interreligioso diventa così un’occasione di approfondimento e di testimonianza della fede. Credo che oggi i cristiani debbano far fronte a tre sfide:
La sfida dell’identità: chi è il mio Dio? La mia vita è in sintonia con le mie convinzioni?
La sfida dell’alterità: colui che pratica una religione diversa dalla mia, non è necessariamente un nemico, ma piuttosto un pellegrino della verità.
La sfida del pluralismo: Dio opera in ogni persona, attraverso vie che solo Lui conosce (AG, 7).
Certo, non si tratta di mettere tra parentesi la nostra fede, di arretrare di fronte alle persecuzioni e alle discriminazioni di cui sono vittime molti dei nostri fratelli e delle nostre sorelle nel mondo, in particolare cristiani. Bisogna invece denunciare con il massimo vigore la violenza che ferisce e uccide, ancor più ingiustificata quando si fa scudo dietro una religione. 
Tuttavia, dobbiamo citare anche aspetti positivi come l’amicizia nella quotidianità, che si esprime con gesti di fraternità e di vicinanza. L’armonia tra credenti dà spesso alle società di cui essi fanno parte una dimensione spirituale della vita, antidoto alla disumanizzazione e ai conflitti.
Penso, per esempio, alle giornate che abbiamo appena vissuto in Libano. Ha ricordato, Santo Padre, che il vivere insieme implica la fiducia nell’altro, il rifiuto della vendetta, il riconoscimento dei propri sbagli e il coraggio del perdono. La cito: “Solo allora può crescere la buona intesa tra le culture e le religioni, la stima delle une per le altre senza sensi di superiorità e nel rispetto dei diritti di ciascuna” (Palazzo Presidenziale di Baabda, 15.09.12). E abbiamo sentito il Mufti della Repubblica affermare: “Per noi musulmani, i cristiani sono una ricchezza”. Bisogna sottolineare anche che la rete televisiva Al Jazeera ha praticamente trasmesso in diretta i diversi incontri di questo viaggio apostolico, il cui messaggio ha potuto raggiungere così milioni di famiglie musulmane. 
In mezzo a tanti timori, è utile citare questi segni positivi che lastricano il lungo cammino che conduce al dialogo sereno e fecondo.
Il 28 ottobre 1965 i Padri conciliari, riferendosi alle tradizioni religiose orientali, non esitavano a affermare che “La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni... (che) non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini.” (Nostra Aetate, n. 2). Possiamo forse applicare questo principio ad altre religioni. 
In tutti i casi, nonostante le difficoltà, le ambiguità e i passi indietro, nessuna delle parti impegnate in questo dialogo tra credenti l’ha rimesso in discussione! Forse perché, qua e là, alcuni uomini e alcune donne hanno avuto il coraggio di perseverare, dimostrando così che il credo religioso ispira la pace, incoraggia la solidarietà, promuove la giustizia e difende la libertà.


- S. E. R. Mons. Pascal WINTZER, Arcivescovo di Poitiers (FRANCIA)

La Chiesa nel mondo attuale ha la missione di annunciare il Vangelo agli uomini di questo tempo. In cinquant’anni, la nozione di “mondo” è passata dal singolare al plurale: siamo in un mondo globalizzato, è vero, ma anche parcellizzato. Da qui una sfida essenziale, quella dell’unità, della comunione, delle società, delle persone e, certamente, dell’unica Chiesa di Gesù Cristo.
Nel 2012, per lo meno in Occidente, la Chiesa cattolica sa di essere diversa dalla società; è presente ma non si identifica totalmente con essa.
Come il Signore ascolta ciò che viene detto di lui: “Chi dice la gente che sia il Figlio dell'uomo?” (Mt 16, 13), anche la Chiesa deve ascoltare ciò che si dice di lei; essa non è tanto colei che si dà un’identità quanto colei che la riceve, anzitutto dal suo Signore, ma anche da ciò che gli uomini dicono di lei.
Penso che il termine comunità non debba essere utilizzato in modo esclusivo. Tra coloro che seguono il Signore vi sono, nel Vangelo, i discepoli, ma vi sono anche le folle.
I vescovi non possono rivolgersi solo ai primi, ma parlano a tutti, soprattutto agli altri, come ha fatto anche il Signore.
Il discorso comunitario mi sembra pericoloso e falso, se è l’unico al quale facciamo riferimento.
Il mondo e anche il posto della Chiesa nel mondo sono cambiati; sognare il ritorno della cristianità è un inganno, un’illusione e si basa sulla sacralizzazione di una forma storica della presenza della Chiesa cattolica.
La Chiesa non deve temere di mostrarsi al mondo, di esporsi allo sguardo della società. Essa deve essere, nelle istituzioni, nelle finanze, nel modo di esprimersi con chiarezza, un testimone udibile e credibile.
Si tratta di guardare avanti, di vivere e di comunicare ciò che costituisce la gioia della Chiesa: il suo Signore.


- S. E. R. Mons. Louis PELÂTRE, A.A., Vescovo titolare di Sasima, Vicario Apostolico di Istanbul, Amministratore Apostolico dell'Esarcato Apostolico di Istanbul (TURCHIA)

La Chiesa della Turchia si colloca in continuità con la Prima Evangelizzazione dell’Asia Minore da parte degli Apostoli. Dopo periodi di prosperità, le vicissitudini della storia hanno ridotto, all’inizio del XX secolo, il numero dei cristiani a meno dell’1% della popolazione.
I destinatari dell’evangelizzazione sono oggi: il piccolo gregge dei fedeli praticanti, la massa dei cattolici non praticanti, le altre confessioni cristiane e la quasi totalità degli abitanti del paese, praticanti o sociologicamente musulmani. 
Nei confronti dei musulmani ci sentiamo chiamati in causa da ciò che afferma il numero 74 dell’Instrumentum laboris: “Non è esauriente misurare l’evangelizzazione secondo i parametri quantitativi del successo”. La Redemptoris missio (nn. 55-56) afferma chiaramente che “il dialogo è una via verso il regno”. È ciò che possiamo costatare quando assistiamo allo svolgimento delle attività interreligiose, come il coro composto da cinque confessioni che eseguono insieme canti religiosi degli uni e degli altri.
In alcune circostanze, diventa possibile anche l’annuncio di Gesù Cristo. Insieme ad altre pubblicazioni, il Catechismo della Chiesa Cattolica è stato tradotto in turco. I giovani entrano in contatto con la fede cristiana attraverso internet. Anche se siamo praticamente privi di accesso alle radio e alle televisioni pubbliche, possiamo ricorrere alle reti private, molto più utilizzate dai protestanti evangelici che dai cattolici.
Da qui la necessità di operai ben preparati e qualificati per la messe che ci attende. A questo apostolato specifico non possiamo rispondere con la buona volontà e con l’improvvisazione.


- S. E. R. Mons. Luis Augusto CASTRO QUIROGA, I.M.C., Arcivescovo di Tunja (COLOMBIA)

Il cuore parla al cuore. Il primo annuncio esce da un cuore che ha vissuto in prima persona l’esperienza di Gesù e, seguendo vie diverse, giunge a un altro cuore, per il quale è una novità e una sfida. In questo processo esistono tre passi indispensabili che possono essere riassunti nella sigla ISM.
I: Incontro del discepolo con Gesù, un incontro di amore, sorprendente, trasformante e personale.
S: Somigliare a Gesù. Origene osservava che la missione dello Spirito Santo è di renderci simili a Gesù.
M: Mostrare agli altri, da buoni testimoni, questa esperienza di Gesù. Rendere cioè pubblico ciò che è privato. Comunicare ciò che si è vissuto. Vivere l’esperienza, ma per raccontarla, per spanderla, non sulla terra fertile ma sulla terra arida, alla quale manca la fede in Gesù.
Spetta allo Spirito Santo far sì che questo semplice primo annuncio si trasformi nella porta della fede.
Questa formula tanto semplice: ISM - incontro - somiglianza - mostrare, deve essere accompagnata da un’altra formula: AFD - Andate e fate discepoli. È un comandamento di Gesù.
Ho fatto riferimento soltanto ai primordi della nuova evangelizzazione, agli aspetti più trascurati, a quelli più dimenticati, al fatto che si deve tornare a sentire con profondità. È come la prima chiamata prima di ogni altra cosa. È come la frase di Gesù a Zaccheo: “Oggi voglio fermarmi a casa tua”.
I primi cristiani, grazie alla forza del primo annuncio, portarono ovunque Gesù, pur senza contare sull’appoggio della cultura, dello stato, delle religioni o della pubblica opinione. Questa è la situazione in cui si trova la Chiesa in molti luoghi della terra. Siamo chiamati a inventare, a costruire strade e forme nuove che aiutino a seminare il seme del primo annuncio di Gesù nelle vite di coloro che ormai non credono in Lui.


- S. E. R. Mons. Christopher Charles PROWSE, Vescovo di Sale (AUSTRALIA)

Sia i Lineamenta (n. 19), sia l’Instrumentum laboris (nn. 139 e 140) distinguono tra il primo annuncio del Vangelo e la catechesi. La proclamazione kerigmatica esige la conversione al Signore Risorto Gesù Cristo attraverso il Battesimo. La catechesi, in maniera distinta, ma non separata, promuove la crescita e l’istruzione nella vita cristiana. Entrambe costituiscono due aspetti di un’unica azione pastorale.
Chiaramente, grazie al documento che rappresenta la nostra magna carta, il Catechismo della Chiesa Cattolica, molto è stato fatto negli ultimi vent’anni per esprimere sotto forma di compendio gli insegnamenti della Chiesa cattolica. È stata questa una grazia particolare dello Spirito Santo, che continua ad ispirare la catechesi in tutta la Chiesa.
È forse giunta l’ora di tentare di realizzare qualcosa di analogo riguardo al primo annuncio della Chiesa cattolica? Come è stato espresso, nel corso dei secoli, il primo annuncio del Vangelo? Quali sono stati gli esempi dell’effusione dello Spirito Santo nella nostra storia cattolica? Quali sono stati i grandi approcci alla proclamazione iniziale portati avanti dai santi e dai missionari? Al presente, quali sono gli esempi di “nuova evangelizzazione?
Riguardo a quest’ultimo punto, l’Instrumentum laboris (nn. 141-146) elenca, per esempio, le Giornate Mondiali della Gioventù, i viaggi apostolici del Papa, le missioni popolari nazionali e locali e gli incontri devozionali, la predicazione, il Sacramento della Riconciliazione e così via. Inoltre, un grande dono dello Spirito Santo è costituito dai nuovi movimenti ecclesiali, che contribuiscono allo sviluppo di una “cultura della Pentecoste”.
Il primo annuncio e la catechesi devono cantare insieme al mondo, in perfetta armonia, un duetto che risponda nuovamente al mandato del Signore Gesù: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura” (Mc 16, 15).


- Rev. P. Adolfo NICOLÁS PACHÓN, S.I., Preposito Generale della Compagnia di Gesù (Gesuiti)

La Nuova Evangelizzazione deve imparare dagli aspetti buoni e meno buoni della Prima Evangelizzazione. Provengo da una tradizione di Evangelizzazione e di Spiritualità che incoraggia a “Trovare Dio in ogni cosa”.
Mi sembra che noi missionari non l’abbiamo fatto con la profondità richiesta e quindi non abbiamo arricchito la Chiesa Universale nella misura in cui la Chiesa era in diritto di attendersi da noi. Abbiamo cercato le manifestazioni occidentali della Fede e della Santità e non abbiamo scoperto in che maniera Dio ha operato presso altri popoli. E tutti ne siamo impoveriti. Abbiamo perso di vista indizi, prospettive e scoperte importanti.
Il passato ci ammaestra su come comunicare efficacemente il Vangelo: la via dell’umiltà, la consapevolezza delle limitazioni umane quando si tratta di esprimere lo Spirito, la semplicità del messaggio, la generosità e la gioia nel riconoscere la bontà e la santità, la nostra vita come fattore di credibilità, di perdono e di Riconciliazione, il messaggio della Croce nella negazione di noi stessi.


- S. E. R. Mons. Joseph KALLARANGATT, Vescovo di Palai dei Siro-Malabaresi (INDIA)

La missione degli apostoli e il suo proseguimento nella Chiesa delle origini resta il modello fondamentale per l’evangelizzazione di ogni tempo, in quanto missione spesso segnata dal martirio ... (IL 35). Parlando della nuova evangelizzazione i Padri della Chiesa della Siria hanno un ruolo unico, in quanto rappresentano un mondo straordinario di evangelizzazione. Dal punto di vista storico e culturale, l’oriente siriaco è legato direttamente all’atmosfera spirituale del mondo biblico. Nel periodo in cui il cristianesimo andava formandosi essi avevano un primato dinamico e creativo di servizio al Vangelo e alla cultura umana. I Padri della Siria avevano una grande passione per la Bibbia e le sue interpretazioni. Afrahat, Efrem, Cyrillona, etc., hanno prodotto un mosaico di modelli nel campo dell’evangelizzazione. I loro commenti rappresentano autentiche interpretazioni di fede della Bibbia, che usavano una gran quantità di simboli per esprimere i diversi livelli di significato. I loro commenti biblici sono mistici, totalizzanti, mistagogici, simbolici e allegorici. Sono soprattutto omelie catechetiche. Si sono serviti inoltre della poesia come miglior strumento di evangelizzazione.
Nei Lineamenta vengono menzionati alcuni Padri (note 7 e 19), mentre nell’IL, vi è solo un riferimento ai “Padri della Chiesa” (IL n. 40). È vero che i Padri non rappresentano categorie perenni, ma essi sono dei modelli. Tra gli orientali c’è perfino un detto che la Chiesa è apostolica in quanto è patristica. Il senso è che sono stati i Padri della Chiesa a rivelare l’autentica natura del carattere apostolico della Chiesa. Senza una forte base patristica, i nuovi metodi di evangelizzazione possono degenerare in semplici stratagemmi di modernizzazione.
La nostra visione del mondo ha un ruolo determinante nelle nostre posizioni teologiche. Ai fini di una nuova evangelizzazione, il riappropriarsi della filosofia e della visione del mondo dei Padri della Chiesa rappresenta un imperativo. Ciò ci aiuterà a procedere e a preparare il futuro.


- S. Em. R. Card. Vinko PULJIĆ, Arcivescovo di Vrhbosna (BOSNIA ED ERZEGOVINA)

Oggi abbiamo le dolorose esperienze della guerra, dove la metà dei cattolici sono letteralmente cacciati dalle loro case e dalla terra. Dopo la guerra con i giochi dei politici locali ed internazionali, i cattolici non potevano ritornare, e poi siamo stati inondati della democrazia europea e del relativismo, che hanno fatto indebolire i valori della famiglia, così che anche noi, oggi, sentiamo il forte bisogno della Nuova evangelizzazione. 
Tutto l'insegnamento e l'annuncio delle verità del Vangelo regolarmente vanno con la via della conoscenza, mentre la famiglia trasmette la fede con il cuore, con la vita e con la pratica. Questo motiva sulla strada della fede quello che con l'amore si accetta e con la ragione si conosce. 
Però sostengo che il primo successo della Nuova evangelizzazione sarà il ritorno della dignità alla famiglia, incorporando in essa quei valori che la rendono un vero nido di amore, di solidarietà e di unità. In questo si manifesterà il più forte senso dell'evangelizzazione. Come parroco ho sperimentato che il mio lavoro pastorale è soltanto soprelevazione su quello che la famiglia ha già costruito. Lì avevo dei successi sia con i giovani che con i bambini. Questo valeva anche per il risveglio delle nuove vocazioni, perché la famiglia era la prima scuola della fede e sinceramente portava verso l'incontro personale con il Cristo. La famiglia era anche il primo seminario, direi che questa è la mia esperienza personale che porto dalla mia vita. 
La Nuova evangelizzazione avrà successo se riuscirà a restituire il valore della sacralità del matrimonio, che è il nido familiare dell'amore, così che diventerà una piccola Chiesa. Allora, la comunità parrocchiale sarà un forte motore dell’evangelizzazione, perché avrà forti guidatori verso Cristo. 
Il più forte nell'evangelizzazione è l'incontro con Cristo, saper amare ed accettare Cristo. 
Ciò avviene attraverso la più profonda testimonianza di fede. La famiglia è il più forte testimone della fede, che la trasmette con il cuore. Dopo la famiglia, come testimone della fede arriva il sacerdote. Posso dire che trasmette la fede molto di più con ciò che è che con ciò che dice. La verità della vita è che ci si sacrifica per ciò che si ama, e, se c'è bisogno, anche si muore. Quello per cui si è pronti a dare la vita non può morire mai, perché la forza dell’amore è più forte della morte. 


- S. E. R. Mons. Joseph ATANGA, S.I., Arcivescovo di Bertoua, Presidente della Conferenza Episcopale (CAMERUN)

Una grande tappa dell’evangelizzazione è stata inaugurata dalla nostra Chiesa locale attraverso l’evento di grazia costituito dal concilio Vaticano II e l’orizzonte ecclesiale e pastorale disegnato e messo in atto dai pontefici Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e, oggi, da Benedetto XVI.
Riprendendo l’eredità di questo grande concilio del tempo (post)moderno, il contributo degli insegnamenti dei papi negli ultimi 50 anni sull’urgenza e sulla continuità della missione cristiana ad intra e ad extra (Ad gentes, Evangelii nuntiandi), sull’attualità della missione redentrice di Cristo (Redemptoris missio), sulla testimonianza e sull’illustrazione dell’amore di Dio (Deus caritas est) e delle opere della fede (Caritas in veritate), si è voluto tener conto delle sfide e delle poste in gioco delle gesta di questa fede cristiana quando è giunto il momento della Ecclesia in Africa. Tali sfide e poste in gioco descrivono i nuovi ambiti della missione e della nuova evangelizzazione, oggi e per il futuro, in Camerun e in Africa. È necessario comprendere che questa Nuova Evangelizzazione, che porta con sé la sollecitudine per la trasmissione della fede cristiana, riveste ormai aspetti e un volto concreto in quel preciso contesto che ci appartiene. Questo è caratterizzato dal legame indissolubile tra il destino dell’uomo africano concreto e l’avventura della fede cristiana per colui che l’abbraccia. Questo legame corrisponde, dal punto di vista esistenziale, alla ricerca fondamentale della vita e a questa preoccupazione estrema a tale riguardo in tutte le sue forme: religiose, culturali, socio-economiche, etiche.
Facendo riferimento, tra l’altro, ai paragrafi 130 e 31 dell’Instrumentum laboris, desideriamo fare risuonare oggi l’esigenza, nel contesto africano, della Nuova Evangelizzazione, dove la fede cristiana è chiamata a mettersi alla prova come dinamica di una vita nella pienezza in Gesù Cristo, attraverso una fede proclamata, celebrata e vissuta.


- S. E. R. Mons. Sérgio DA ROCHA, Arcivescovo di Brasília (BRASILE)

I catechisti occupano un posto di particolare importanza nel compito di trasmettere la fede ed educare per la vita cristiana, in modo del tutto speciale nel contesto della Nuova Evangelizzazione. Lodiamo il Signore per il prezioso “dono” che i catechisti rappresentano per la Chiesa. Al tempo stesso, riconosciamo con l'Instrumentum Laboris (108), la necessità di riflettere “con maggiore profondità su questo loro compito, dando loro maggiore stabilità, visibilità ministeriale e formazione”. Svariati fattori che emergono dall'attuale contesto socio-culturale ed ecclesiale ci portano a riconoscere e a promuovere, con particolare attenzione, il valore della catechesi e il servizio pastorale generosamente reso dagli innumerevoli catechisti in tutta la Chiesa. Abbiamo bisogno di sviluppare con maggior impegno l'iniziazione cristiana come autentico processo evangelizzatore, sottolineato nell'Instrumentum Laboris (131-137). Dando seguito alla riflessione sviluppatasi negli ultimi decenni, in modo particulare alla luce del Magistero postconciliare, è importante “configurare per il catechista un ministero stabile ed istituito dentro la Chiesa”, come suggerisce lo stesso Instrumentum Laboris (108).


- S. E. R. Mons. Ricardo BLÁZQUEZ PÉREZ, Arcivescovo di Valladolid (SPAGNA)

I catecumeni uniscono in maniera profonda e chiara la dimensione personale alla dimensione ecclesiale della fede cristiana. Nella partecipazione comunitaria assidua scoprono il senso della Chiesa. Si crea una profonda fratellanza che ha anche un impatto sulle relazioni umane e sociali. La persona si sente sostenuta dagli altri fratelli per poter vivere cristianamente in mezzo a una società spesso indifferente e persino ostile alla fede cristiana e alla Chiesa.
Attraverso il catecumenato, i partecipanti scoprono le realtà fondamentali della fede cristiana: il Credo, i Comandamenti di Dio con lo spirito del Discorso della Montagna, la preghiera del Padre Nostro e dei Salmi, i sacramenti e, in particolare, l’Eucaristia e la Penitenza, la dimensione apostolica della vita cristiana. Non si parte da aspetti particolari, complementari o devozionali, ma dalle realtà fondamentali della fede, che attualmente non possiamo più considerare acquisite. Per la maggior parte dei partecipanti, si tratta di un catecumenato postbattesimale, grazie al quale riscoprono il senso del battesimo già ricevuto.
La celebrazione liturgica viene rafforzata in ognuno attraverso la conoscenza e la lettura orante della Sacra Scrittura. Per tanto tempo l’estraneità del latino nascondeva l’ignoranza della Sacra Scrittura, ma ora questa mancanza viene a galla. L’evangelizzazione richiede che si uniscano Bibbia, Sacramenti e vita cristiana.


- S. E. R. Mons. Héctor Rubén AGUER, Arcivescovo di La Plata (ARGENTINA)

Gli errori teologici e filosofici che circolano nei centri accademici, nei seminari e nei noviziati e che si diffondono attraverso la predicazione e la catechesi, suscitando confusione tra il popolo di Dio, vanno annoverati tra le cause della situazione attuale della fede. La nuova evangelizzazione richiede il superamento di questi difetti che indeboliscono la certezza della fede; per questo motivo, bisogna fare sì che la formazione degli agenti di pastorale corrisponda al magistero della Chiesa.
Davanti all’emergenza della questione antropologica, è importante sottolineare la mediazione della filosofia, di una considerazione metafisica della persona che raccolga e superi i validi contributi scientifici. Da quel punto in poi, attraverso la partecipazione, si apre l’accesso al fondamento assoluto, a Dio. Nel pensiero cristiano si armonizzano il teocentrismo e la centralità dell’uomo, come alternativa all’antropocentrismo radicale avanzato da alcune correnti contemporanee.
È necessario sviluppare una nuova apologetica, un discorso a favore della fede cristiana, tanto a livello accademico quanto catechetico-popolare, che sia un itinerario proposto all’intelligenza e al cuore degli uomini e delle donne di oggi.


- S. E. R. Mons. Benedito Beni DOS SANTOS, Vescovo di Lorena (BRASILE)

Papa Paolo VI ha detto nella lettera post-sinodale Evangelii Nutiandi che evangelizzare è annunciare l'evento Gesù Cristo, Figlio di Dio: la sua vita, la sua Parola, la manifestazione del Regno, la sua morte e risurrezione (cf n. 22). Questo è il contenuto permanente dell'evangelizzazione. Il metodo varia con le sfide poste dal contesto culturale e la realtà che cambia. La missione evangelizzatrice della Chiesa sempre trova ostacoli e affronta sfide. Al tempo degli Apostoli - i primi missionari - gli ostacoli e le sfide erano idolatria, magia, lunghe distanze e soprattutto la persecuzione. Oggi, la cultura del cambiamento dell’epoca presenta altre sfide: la difficoltà di accettare Dio come Fondamento della condotta umana, così come il Fondamento della giustizia, della pace, della fraternità; la difficoltà di conciliare l'esperienza democratica e il rispetto per i valori morali. 
Nel substrato culturale dei popoli dell'America Latina, in cui rimangono valori dell'evangelizzazione, anche della prima evangelizzazione, si sono introdotti concetti inaccettabili: razionalismo e soggettivismo che svuotano l'etica naturale e giustificano i peggiori attachi alla dignità della persona e alla vita umana e pretendono fondare l'ordine morale sopra il consenso sociale, senza alcun riferimento alla natura della persona e dei suoi atti. Alla base di queste posizioni, si trova l'opacizzazione della dimensione trascendente dell'uomo, vale a dire l'esclusione di Dio e della religione, che sono conseguenze della secolarizzazione. 
Di fronte a queste sfide culturali, il beato Giovanni Paolo Il si è riferito alla Nuova Evangelizzazione come sinonimo di nuova missionarietà, che non è il compito di una cerchia di specialisti ma di tutti i battezzati. 
La Nuova Evangelizzazione è in fase di sviluppo in America Latina dai progetti di missione permanente. In Brasile, dai movimenti e dalle nuove comunità come Canção Nova e Araldi del Vangelo. In questo compito di evangelizzazione, i cristiani laici hanno un protagonismo, un ruolo rilevante. Molti di loro dedicano la loro vita alla missione evangelizzatrice della Chiesa. Oltre a utilizzare i moderni mezzi di comunicazione sociale, utilizzano anche il contatto diretto con persone di diverse categorie, sopratutto i giovani. Oltre alla musica, usano, come metodo, la predicazione kerigmatica e la visita alle scuole e i gruppi di preghiera in famiglia. 


- S. E. R. Mons. William Charles SKURLA, Arcivescovo di Pittsburg dei Bizantini, Presidente del Consiglio della Chiesa Rutena (STATI UNITI D'AMERICA)

L’intervento riflette sul processo di evangelizzazione nell’individuo.
Ci sono diverse fasi di vita prima di diventare un adulto cattolico impegnato.


- Rev. P. Josep María ABELLA BATLLE, C.M.F., Superiore Generale dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria (Clarettiani)

La chiamata alla Nuova Evangelizzazione è anzitutto un appello a essere cristiani gioiosi e responsabili del XXI secolo, in una grande fedeltà al Vangelo e alla gente del nostro tempo nonché con uno stile nuovo per la missione. Non si tratta quindi di un’azione puntuale o di una serie di attività, bensì di un “processo” nel quale intervengono vari elementi.
La Nuova Evangelizzazione parte sempre dalla realtà, osservata con il cuore compassionevole di Gesù, poiché dalla costante dialettica fra lo Spirito e la realtà sorgeranno la sua novità e le linee guida che la orienteranno.
Si concentra nell’annuncio del Mistero integrale proclamato da Cristo, con la sua vita e con la sua parola, cioè il Vangelo del Regno a tutti, in particolare ai poveri, come liberazione integrale dell’uomo.
Ha tutto il Popolo di Dio come soggetto attivo e responsabile, uomini e donne, con i loro vari carismi e ministeri.
Richiede, per essere realizzata, evangelizzatori completamente incentrati in Dio Padre, sollecitati dalla carità di Cristo, guidati dal suo Spirito e appassionati per i loro fratelli.
Implica quindi un forte appello alla conversione personale, comunitaria e istituzionale, nel contesto dei segni del nostro tempo.
Richiede una maggiore attenzione alla qualità piuttosto che alla quantità, a ciò che è essenziale, piuttosto che a ciò che è accidentale; e promuove un dialogo instancabile.
Dà impulso al rinnovamento della dimensione missionaria nell’annuncio del Vangelo, educando al dialogo con le culture e con le tradizioni religiose delle nazioni.
Si impegna a lavorare in rete con altre persone e gruppi che, a loro volta, cercano la trasformazione del mondo secondo il piano di Dio, ciò che, per noi, equivale a edificare il Regno.
Per tutte queste ragioni, la Nuova Evangelizzazione è una “avventura spirituale” che troverà espressione in scelte apostoliche diverse a seconda dei vari contesti. Tuttavia, senza una profonda “sensibilità evangelica”, sarà molto difficile leggere i segni dei tempi e prendere iniziative apostoliche adeguate e credibili.


- S. Em. R. Card. Stanisław DZIWISZ, Arcivescovo di Kraków (POLONIA)

L’Instrumentum laboris presenta la situazione dell’uomo contemporaneo come quella di un “prigioniero di un mondo che ha praticamente espunto la questione di Dio dal proprio orizzonte”. La nuova evangelizzazione - afferma il documento - dovrebbe osare di ripristinare questa domanda su Dio ed aiutare l’uomo ad uscire dal “deserto interiore” (cfr. n. 86). 
Nasce la domanda di come far uscire l’uomo da questo deserto. Una cosa è certa. Non basta la scienza. Non bastano i documenti. Non bastano le nostre strutture ecclesiastiche. Esse, come tali, non raggiungono ancora il cuore dell'uomo. 
Segno caratteristico dei nostri tempi è che la Chiesa oggi parla in modo più efficace quando si esprime col messaggio della Divina Misericordia. Sembra che questo discorso tocchi maggiormente il cuore dell’uomo chiuso in se stesso, impelagato nel peccato ed in un’apparente autosufficienza, ma invece in cerca di senso della vita e di motivi di speranza. 
La Chiesa di Cracovia è il luogo e il centro privilegiato in cui nel secolo passato - segnato dal dominio di sistemi totalitari atei e come tali disumani - si fece sentire l’invocazione della misericordia. Dio si è servito di un’umile religiosa, santa Faustina Kowalska, come pure di un saggio e santo pastore, il cardinale Karol Wojtyla - Giovanni Paolo, perché l’eterna verità su Dio “ricco di misericordia” (Ef 2, 4) risuonasse in modo più rilevante nell’agitato mondo di oggi. “L'umanità non troverà pace finché non tornerà alla fonte della misericordia”, che è in Gesù (Suor Faustina, Diario, n. 699). Pare che l’uomo di oggi sia riuscito a salvare in sé la sensibilità per una misericordia disinteressata. E proprio essa - la misericordia di Dio che si china sulla sua sorte - è in grado di farsi sentire e di toccare le corde più profonde del cuore umano. 
La devozione alla Divina Misericordia è diventata un metodo di formazione di cristiani zelanti e responsabili. 
Ne parlo e ne do testimonianza per indicare una delle vie comprovate nei nostri tempi attraverso la quale possiamo intraprendere la nuova evangelizzazione. Cor ad cor loquitur. Il cuore di Dio misericordioso parla al cuore dell' uomo. 


INTERVENTO DI SUA GRAZIA ROWAN DOUGLAS WILLIAMS,
ARCIVESCOVO DI CANTERBURY,
PRIMATE DI TUTTA L'INGHILTERRA E DELLA COMUNIONE ANGLICANA (GRAN BRETAGNA)


L’Arcivescovo di Canterbury è stato introdotto dal Presidente Delegato con le seguenti parole:
Sua Grazia il dottor Rowan Douglas Williams è vescovo anglicano, teologo, poeta e scrittore ispirato e prolifico. Attualmente è il centoquattresimo Arcivescovo di Canterbury, Primate di tutta l’Inghilterra e della Comunione Anglicana, cariche che riveste dall’inizio del 2003. L’Arcivescovo Williams è vescovo da vent’anni, dieci dei quali trascorsi come Vescovo di Monmouth e Arcivescovo del Galles (ed è quindi il primo Arcivescovo di Canterbury non proveniente dalla Chiesa d’Inghilterra ad essere stato designato in epoca moderna), e dieci nel presente incarico. Per gran parte della sua carriera precedente è stato accademico presso le università di Cambridge e poi di Oxford. Da quando è stato nominato Arcivescovo di Canterbury si è dedicato con passione all’evangelizzazione e alla credibilità della fede nel mondo contemporaneo. Il 16 marzo 2012 è stato annunciato che ha accettato la nomina a Master del Magdalene College presso l’università di Cambridge, incarico che assumerà nel gennaio 2013. Le sue dimissioni da Arcivescovo di Canterbury sono attese per il dicembre 2012.
Desideriamo porgere il benvenuto anche a quanti hanno accompagnato Sua Grazia: Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Vincent Nichols, Arcivescovo cattolico romano di Westminster; Sua Eccellenza Nigel Marcus Baker, Ambasciatore di Gran Bretagna presso la Santa Sede; il canonico David Richardson, direttore del Centro Anglicano a Roma; la sua consorte signora Margaret Richardson; il canonico Jonathan Goodall, segretario dell’Arcivescovo Williams; e il reverendo John O’Leary, segretario dell’Arcivescovo Nichols.
E ora a lei, Arcivescovo Williams.


Quindi l’Arcivescovo di Canterbury ha pronunciato il suo intervento:

Santità, Reverendi Padri,
fratelli e sorelle in Cristo, cari Amiciimages-27

1. Sono profondamente onorato dall’invito del Santo Padre di parlare in questa assemblea: come dice il Salmista, “Ecce quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum”. L’assemblea dei vescovi in Sinodo per il bene di tutto il popolo di Cristo rappresenta una di quelle discipline che promuovono la salute della Chiesa di Cristo. Oggi, in particolar modo, non possiamo dimenticare la grande assemblea di “fratres in unum” che è stata il concilio Vaticano II, che tanto ha fatto per la salute della Chiesa ed ha contribuito a far sì che la Chiesa riprendesse gran parte dell’energia necessaria per proclamare con efficacia la Buona Novella di Gesù Cristo al mondo di oggi. Per molti della mia generazione, anche al di là dei confini della Chiesa cattolica romana, quel concilio ha rappresentato il segno di una grande promessa, un segno che la Chiesa era sufficientemente forte da porsi alcune domande impegnative sull’adeguatezza della propria cultura e delle proprie strutture per il compito di condividere il Vangelo con lo spirito complesso, spesso ribelle, sempre inquieto, del mondo moderno.

2. Il concilio ha rappresentato, in molti modi, una riscoperta della sollecitudine e della passione evangelica, concentrata non solo sul rinnovamento della vita della Chiesa stessa, ma sulla sua credibilità nel mondo. Testi quali Lumen gentium e Gaudium et spes hanno dato vita a una fresca e gioiosa visione di come l’immutabile realtà di Cristo vivente nel suo Corpo sulla terra, possa parlare con parole nuove alla società del nostro tempo e perfino a persone di altre fedi grazie al dono dello Spirito Santo. Non sorprende che, dopo cinquant’anni, ci stiamo ancora confrontando con molti interrogativi di allora e con le implicazioni del concilio, e suppongo che la sollecitudine di questo Sinodo per la nuova evangelizzazione faccia parte di quella continua esplorazione del retaggio del concilio.

3. Ma uno degli aspetti più importanti della teologia del Vaticano II è stato un rinnovamento dell’antropologia cristiana. Al posto di un resoconto neoscolastico spesso forzato e artificiale su come natura e grazia si relazionavano nella costituzione degli esseri umani, il concilio si è rifatto alle migliori prospettive di una teologia che aveva operato un ritorno alle fonti primordiali e più ricche, la teologia di geni spirituali come Henri de Lubac, il quale ci ha ricordato cosa significava per il cristianesimo delle origini e quello medievale parlare dell’umanità fatta a immagine di Dio e della grazia che perfeziona e trasfigura quell’immagine così a lungo oppressa dalla nostra abituale “inumanità”. In questa luce, proclamare il Vangelo equivale a proclamare che in definitiva è possibile essere veramente umani: la fede cattolica e cristiana rappresenta un “vero umanesimo”, per prendere a prestito una frase di un altro genio dell’ultimo secolo, Jacques Maritain.

4. Eppure de Lubac è chiaro su quello che ciò non significa. Noi non sostituiamo il compito evangelico con una campagna di “umanizzazione”. “Umanizzare prima di cristianizzare?” si chiede. “Se l’impresa riesce, il cristianesimo giungerà troppo tardi: il suo posto sarà già stato occupato. E chi pensa che il cristianesimo non abbia un valore umanizzante?”, così scrive de Lubac nella sua meravigliosa raccolta di aforismi “Paradossi della fede”. È la stessa fede che modella l’opera di umanizzazione e l’iniziativa di umanizzare resterà vuota senza la definizione di umanità offerta dal Secondo Adamo. L’evangelizzazione, vecchia o nuova che sia, deve radicarsi in una profonda fiducia che tutti noi abbiamo uno specifico destino umano da mostrare e da condividere con il mondo. Vi sono tanti modi di spiegarlo con chiarezza, ma in queste brevi osservazioni, desidero concentrarmi in particolare su un aspetto.

5. Essere pienamene umani significa essere creati nuovamente a immagine dell’umanità di Cristo; e quell’umanità rappresenta la perfetta “traduzione” umana del rapporto dell’eterno Figlio con l’eterno Padre, un rapporto di donazione di sé nell’amore e nell’adorazione, una reciproca effusione di vita. In tal modo, l’umanità in cui cresciamo nello Spirito, l’umanità che cerchiamo di condividere con il mondo come frutto dell’opera redentrice di Cristo, è un’umanità contemplativa. Santa Edith Stein ha osservato che iniziamo a comprendere la teologia quando vediamo Dio come “Primo Teologo”, il primo a parlarci della realtà della vita divina, poiché “tutto ciò che si dice su Dio presuppone che Dio abbia parlato”; in modo analogo possiamo dire che iniziamo a comprendere la contemplazione quando vediamo Dio come il primo contemplativo, l’eterno paradigma di quell’attenzione generosa verso l’altro che porta non la morte ma la vita. Tutto il contemplare da parte di Dio presuppone la propria assorta e gioiosa conoscenza di sé di Dio e la contemplazione di sé nella vita trinitaria.

6. Essere contemplativi come lo è Cristo significa essere aperti a tutta la pienezza che il Padre vuole effondere nei nostri cuori. Con le nostre menti rese silenziose e pronte a ricevere, con le fantasie che noi stessi abbiamo generato su Dio e su noi stessi ridotte al silenzio, abbiamo finalmente raggiunto il punto in cui possiamo cominciare a crescere. E il viso che dobbiamo mostrare al nostro mondo è il viso di un’umanità in incessante crescita verso l’amore, un’umanità così incantata e impegnata dalla gloria di ciò a cui tende, che siamo pronti a intraprendere un viaggio senza fine per trovare la via che ci conduce più profondamente nel cuore della vita trinitaria. San Paolo dice (2 Cor 3, 18) come “a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore”, siamo trasfigurati da una luce sempre più forte. Questo è il volto che cerchiamo di mostrare ai nostri fratelli nell’umanità.

7. Lo cerchiamo non perché siamo alla ricerca di una qualche privata “esperienza religiosa” che ci farà sentire sicuri o santi. Lo cerchiamo perché in questo sguardo dimentico di sé, rivolto verso la luce di Dio in Cristo, noi impariamo a guardarci l’un l’altro e tutta la creazione di Dio. Nella Chiesa delle origini, si capiva chiaramente che dovevamo superare la comprensione o la contemplazione di noi stessi, che ci insegnava a dominare i nostri istinti e le nostre brame di avidità, per giungere alla “contemplazione naturale” che percepiva e venerava la saggezza di Dio nell’ordine del mondo e ci permetteva di vedere la realtà del creato per quello che era veramente alla luce di Dio (piuttosto che secondo le maniere in cui potevamo usarla o dominarla). Da lì, la grazia ci avrebbe fatto avanzare verso l’autentica “teologia”, verso lo sguardo silenzioso rivolto a Dio, che è la meta di tutto il nostro discepolato.

8. In questa prospettiva, la contemplazione è ben lungi dall’essere semplicemente qualcosa che fanno i cristiani: è la chiave della preghiera, delle liturgia, dell’arte e dell’etica, la chiave dell’essenza dell’umanità rinnovata che è in grado di vedere il mondo ed altri soggetti nel mondo con libertà (libertà dalle abitudini incentrate su di sé, avide, e dalla distorta comprensione che ne deriva). Per dirla chiaramente, la contemplazione rappresenta l’unica risposta definitiva al mondo irreale e folle che i nostri sistemi finanziari, la nostra cultura pubblicitaria e le nostre emozioni caotiche e incontrollate, ci incoraggiano ad abitare. Imparare la pratica contemplativa significa imparare ciò di cui abbiamo bisogno per vivere fedelmente, onestamente e amorevolmente. Si tratta di un fatto profondamente rivoluzionario.

9. Nella sua autobiografia Thomas Merton ha descritto un’esperienza poco dopo essere entrato nel monastero dove avrebbe trascorso il resto della sua vita (Elected Silence, p. 303). Ammalato di influenza, era stato confinato in infermeria per alcuni giorni, e, dice, sentiva una “segreta gioia” perché questo gli forniva un’opportunità di preghiera - e “di fare tutto quello che volevo, senza dover correre per tutto il convento a rispondere alle campanelle”. È costretto a riconoscere che questo atteggiamento rivela che “tutte le mie cattive abitudini... si erano insinuate nel monastero con me e avevano ricevuto l’abito religioso assieme a me: la gola spirituale, la sensualità spirituale, l’orgoglio spirituale”. In altre parole, sta cercando di vivere la vita cristiana con il bagaglio emotivo di qualcuno ancora profondamente attaccato alla ricerca della soddisfazione personale. È un forte monito: dobbiamo vegliare con cura affinché la nostra evangelizzazione non sia semplicemente un modo per persuadere le persone ad applicare a Dio e alla vita dello spirito tutti i desideri di dramma, di eccitazione e di autocompiacimento che spesso ci accompagnano nella vita di tutti i giorni. Ciò è stato espresso con forza ancora maggiore alcuni decenni fa dallo studioso di religione americano Jacob Needleman, in un libro controverso e stimolante dal titolo “Lost Christianity”: le parole del Vangelo, dice, sono rivolte ad esseri umani che “non esistono ancora”. Vale a dire, rispondere in modo generoso a ciò che il Vangelo esige da noi significa una trasformazione completa di tutta la nostra persona, sentimenti, pensieri e immaginario compresi. Essere convertiti alla fede non significa semplicemente acquisire un nuovo bagaglio di credenze, ma diventare una persona nuova, una persona in comunione con Dio e con gli altri attraverso Gesù Cristo.

10. La contemplazione è un elemento intrinseco di questo processo di trasformazione. Imparare a guardare a Dio senza considerare la mia soddisfazione personale immediata, imparare a esaminare e relativizzare gli appetiti e le fantasie che si manifestano in me - ciò significa consentire a Dio di essere Dio, e quindi consentire che la preghiera di Cristo, la relazione di Dio con Dio stesso, prenda vita dentro di me. Invocare lo Spirito Santo significa chiedere alla terza persona della Trinità di penetrare il mio spirito portando quella luce di cui ho bisogno per vedere fino a che punto sono schiavo dell’avidità e delle fantasie, donandomi pazienza e quiete mentre la luce e l’amore di Dio penetrano nella mia vita interiore. Solo quando ciò comincerà ad accadere sarò liberato dal considerare i doni di Dio come un’altra serie di elementi di cui posso appropriarmi per essere felice o dominare altre persone. E a mano a mano che si svolge questo processo, divento sempre più libero - per prendere a prestito una frase di Sant’Agostino - di “amare gli altri in modo umano”(Confessioni IV, 7), di amarli non per ciò che mi promettono, di amarli non perché mi aspetto che mi procurino sicurezza e benessere durevoli, ma come fragili creature che, come me, sono sostenute dall’amore di Dio. Come ho già detto, scopro la maniera in cui devo guardare altre persone e cose per ciò che sono in relazione a Dio, non a me. Ed è qui che, come il vero amore, l’autentica giustizia trova le sue radici.

11. Il volto umano che i cristiani desiderano mostrare al mondo è contrassegnato da questa giustizia e da questo amore, ed è quindi un volto modellato dalla contemplazione, dalla disciplina del silenzio e dal distacco di sé dagli oggetti che lo schiavizzano e dagli istinti incontrollati che lo possono trarre in inganno. Se l’evangelizzazione consiste nel mostrare “senza veli” al mondo il volto umano che riflette il volto del Figlio rivolto verso il Padre, allora deve accompagnarsi a un impegno serio per la promozione di tale preghiera e di tali pratiche. Non dovrebbe essere necessario dire che ciò non equivale affato ad affermare che una trasformazione “interiore” è più importante dell’azione a favore della giustizia; anzi, è una maniera di insistere sul fatto che la chiarezza e l’energia di cui abbiamo bisogno per fare giustizia ci richiede di lasciare spazio alla verità, affinché la realtà di Dio possa emergere. Altrimenti la nostra ricerca della giustizia o della pace si trasforma in un altro esercizio della volontà umana, insidiato dalla nostra umana capacità di ingannare noi stessi. Le due vocazioni sono inseparabili, la vocazione alla “preghiera e alla azione giusta”, come disse il martire protestante Dietrich Bonhoeffer, scrivendo dalla sua cella nel 1944. La preghiera autentica purifica il motivo, la vera giustizia è l’opera indispensabile di condividere e di liberare negli altri quell’umanità che abbiamo scoperto nel nostro incontro contemplativo.

12. Coloro che conoscono poco le istituzioni e le gerarchie della Chiesa (e se ne curano ancora di meno), attualmente si sentono spesso attratti e sfidati da esistenze che ne manifestano alcuni aspetti. Proprio le comunità religiose nuove e rinnovate sono quelle che raggiungono con maggiore efficacia coloro che non hanno mai conosciuto la fede o che l’hanno abbandonata come qualcosa di vuoto o di stantio. Quando la storia cristiana dei nostri tempi verrà scritta in una prospettiva prevalentemente (anche se non esclusivamente) europea e nordamericana, ci renderemo conto del ruolo centrale e vitale di luoghi come Taizé oppure Bose, ma anche di comunità più tradizionali, che sono diventate punti nodali per l’esplorazione dell’umanità in un senso più ampio e più profondo di quanto chiedono le abitudini sociali. E le grandi reti spirituali, come Sant’Egidio, i Focolari, Comunione e Liberazione mostrano a loro volta lo stesso fenomeno: sono aperte a una visione umana più profonda poiché tutte, ciascuna a modo suo, offrono una disciplina di vita personale e comune il cui scopo è far sì che la realtà di Gesù diventi viva in noi.

13. E, come mostrano questi esempi, l’attrazione e le sfide di cui parliamo possono produrre impegni ed entusiasmi che oltrepassano le frontiere confessionali storiche. Ormai ci siamo abituati a parlare dell’importanza decisiva dell’“ecumenismo spirituale”; ma ciò non deve trasformarsi in una maniera di opporre ciò che è spirituale e ciò che è istituzionale, né di sostituire agli impegni specifici un generico senso di comprensione cristiana. Se ci confrontiamo con una definizione salda e ricca di ciò che significa il termine stesso “spirituale”, definizione fondata su prospettive scritturistiche come quelle tratte dai passi di 2 Corinzi di cui abbiamo parlato, intenderemo l’ecumenismo spirituale come una ricerca condivisa per promuovere e per sviluppare discipline di contemplazione con la speranza di svelare il volto della nuova umanità. E quanto più ci distanziamo gli uni dagli altri in quanto cristiani, tanto più quel volto apparirà meno convincente. Poco fa ho ricordato il Movimento dei Focolari: ricorderete che l’imperativo fondamentale nella spiritualità di Chiara Lubich era di “diventare una cosa sola”, una cosa sola con il Cristo crocifisso e abbandonato, una cosa sola, per mezzo di lui, con il Padre, una cosa sola con tutti coloro che sono stati chiamati a questa unità e, in tal modo, una cosa sola con i bisogni più profondi del mondo. “Coloro che vivono l’unità ... la vivono lasciandosi sempre più penetrare in Dio. Diventano sempre più vicini a Dio ... e quanto più si avvicinano a lui, tanto più sono vicini ai cuori dei loro fratelli e sorelle” (Chiara Lubich, Essential Writings, p. 37). L’abitudine alla contemplazione ci spoglia da una sconsiderata sensazione di superiorità nei confronti degli altri battezzati e dal pregiudizio che nulla abbiamo da imparare da loro. Nella misura in cui l’abitudine alla contemplazione ci aiuta ad avvicinare qualsiasi esperienza come un dono, dovremmo chiederci costantemente cosa un fratello o una sorella possono condividere con noi, anche quando il fratello o la sorella sono in un modo o nell’altro separati da noi oppure da ciò che consideriamo come la pienezza della comunione. “Quam bonum et quam iucundum”.

14. In pratica, ciò può suggerire che ogni volta che si avviano iniziative per raggiungere in maniere nuove i cristiani caduti oppure un pubblico postcristiano, ci deve essere un serio lavoro previo su come questa azione possa essere fondata su una prassi contemplativa condivisa in maniera ecumenica. Oltre alla sorprendente maniera in cui Taizé ha sviluppato una “cultura” liturgica internazionale accessibile a molte persone di provenienze molto diverse, una rete come la World Community for Christian Meditation, con le sue forti radici e affiliazioni benedettine, ha aperto prospettive nuove in questo senso. Anzi, questa comunità si è impegnata molto per rendere le pratiche contemplative alla portata dei bambini e dei giovani: e questo è un fatto degno del nostro più forte incoraggiamento. Avendo osservato personalmente, nelle scuole anglicane in Gran Bretagna, con quanto fervore i bambini possono rispondere all’invito offerto dalla meditazione in questa tradizione, sono convinto che è veramente molto grande il suo potenziale per far conoscere ai giovani gli aspetti più profondi della nostra fede. E per coloro che si sono allontanati dalla frequentazione regolare della fede sacramentale, i ritmi e le pratiche di Taizé o della WCCM indicano spesso una via di ritorno verso questo cuore e questo focolare sacramentali.

15. Ciò che la gente di ogni età riconosce in queste pratiche è, semplicemente, la possibilità, di vivere in maniera più umana: vivere con un desiderio meno marcato di possedere, vivere con uno spazio di quiete, vivere nell’attesa di apprendere e, soprattutto, vivere con la consapevolezza che esiste una gioia salda e durevole che va scoperta in quella disciplina del dimenticare se stessi che è ben diversa dalla gratificazione di questo o di quell’impulso momentaneo. Se la nostra evangelizzazione non riesce ad aprire la porta a tutto ciò, rischierà di cercare di far poggiare la fede sul fondamento di un insieme non trasformato di abitudini umane ... e il risultato ben noto sarà che la Chiesa apparirà disgraziatamente altrettanto ansiosa, affaccendata, competitiva e dominante quanto molte altre istituzioni puramente umane. In un senso molto importante, un’autentica iniziativa di evangelizzazione sarà sempre anche una nuova evangelizzazione di noi stessi come cristiani, una riscoperta del motivo per cui la nostra fede è diversa, perché trasfigura; insomma, un ripristino della nostra nuova umanità.

16. E ovviamente ciò succede in maniera più efficace quando non lo pianifichiamo né lottiamo per ottenerlo. Per citare ancora una volta de Lubac: “Colui che meglio risponderà ai bisogni del suo tempo sarà qualcuno il cui primo scopo non era di rispondervi” (op. cit., pp. 111-2); e: “Colui che, nella dimenticanza di se stesso, cerca la sincerità invece della verità è come colui che cerca di essere distaccato invece di aprire se stesso all’amore” (p. 114). Il nemico di qualsiasi proclamazione del Vangelo è la consapevolezza di se stessi e, per definizione, non possiamo superare questo fatto diventando ancora più consapevoli di noi stessi. Dobbiamo ritornare a Paolo e chiederci: “Dove stiamo guardando?”. Guardiamo con ansia ai problemi di oggi, alle varie maniere che assume l’infedeltà o in cui vengono minacciate la fede e la morale, alla debolezza dell’istituzione? Oppure, cerchiamo di guardare verso Gesù, il volto senza veli dell’immagine di Dio alla luce del quale vediamo l’immagine che si riflette ancora in noi e nel nostro prossimo?

17. Tutto ciò ci ricorda semplicemente che l’evangelizzazione è sempre una sovrabbondanza di qualcos’altro: l’itinerario del discepolo verso la maturità in Cristo, un itinerario non organizzato da un io ambizioso, ma il risultato degli impulsi e delle spinte dello Spirito in noi. Nelle nostre riflessioni su come fare affinché il Vangelo di Cristo torni ancora una volta a essere irresistibilmente attraente per gli uomini e per le donne del nostro tempo, spero che non perderemo mai di vista ciò che lo rende attraente per noi, per ognuno di noi nei nostri vari ministeri. Quindi, vi auguro ogni gioia in queste discussioni; non semplicemente chiarezza oppure efficacia nella pianificazione, ma gioia nella promessa della visione del volto di Cristo e nella prefigurazione della pienezza nella gioia della comunione degli uni con gli altri qui e adesso.

 

 

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