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Sinodo dei vescovi: 18 ottobre

vescovi sin5Giovedì 18 e venerdì 19 si tengonoi lavori dei Circoli minori (Sessioni II, III e IV) - per la stesura e l’approvazione da parte di ogni Circolo Minore dei progetti di testi per le Proposizioni (le formule di consenso sinodale riguardanti alcuni argomenti considerati importanti dai Padri sinodali, suggerimenti offerti al Santo Padre come frutto del lavoro sinodale). Di seguito pubblichiamo gli interventi “In scriptis” dei Padri sinodali, non pronunciati in Aula.

SOMMARIO

INTERVENTI “IN SCRIPTIS” DEI PADRI SINODALI

- S. E. R. Mons. Nicholas MANG THANG, Arcivescovo Coadiutore di Mandalay, Amministratore Apostolico "sede vacante et ad nutum Sanctae Sedis" di Hakha (MYANMAR)
- S. E. R. Mons. Anthony Fallah BORWAH, Vescovo di Gbarnga (LIBERIA)
- S. Em. R. Card. Giuseppe VERSALDI, Presidente della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede (CITTÀ DEL VATICANO)
- S. E. R. Mons. Joachim KOURALEYO TAROUNGA, Vescovo di Moundou (CIAD)
- S. E. R. Mons. Basílio DO NASCIMENTO, Vescovo di Baucau, Presidente della Conferenza Episcopale (TIMOR ORIENTALE)
- S. E. R. Mons. Edward Hilboro KUSSALA, Vescovo di Tombura-Yambio (SUDAN)
- S. E. R. Mons. Menghesteab TESFAMARIAM, M.C.C.J., Vescovo di Asmara (ERITREA)
- S. E. R. Mons. Rosario Saro VELLA, S.D.B., Vescovo di Ambanja (MADAGASCAR)
- S. E. R. Mons. Charles MAHUZA YAVA, S.D.S., Vescovo titolare di Apisa maggiore, Vicario Apostolico dell'Arcipelago delle Comores (ISOLE COMORE)
- S. E. R. Mons. Salutaris Melchior LIBENA, Vescovo di Ifakara (TANZANIA)
- S. E. R. Mons. Virginio Domingo BRESSANELLI, S.C.I., Vescovo di Neuquén (ARGENTINA)
- S. E. R. Mons. Kieran Thomas CONRY, Vescovo di Arundel and Brighton (GRAN BRETAGNA)
- S. E. R. Mons. György UDVARDY, Vescovo di Pécs (UNGHERIA)
- S. E. R. Mons. John Olorunfemi ONAIYEKAN, Arcivescovo di Abuja (NIGERIA)
- S. E. R. Mons. Gerard Tlali LEROTHOLI, O.M.I., Arcivescovo di Maseru, Presidente della Conferenza Episcopale (LESOTHO)
- S. E. R. Mons. John Ebebe AYAH, Vescovo di Ogoja (NIGERIA)
- Rev. P. Gregory GAY, C.M., Superiore Generale della Congregazione della Missione (Lazzaristi)
- S. E. R. Mons. Otto SEPARY, Vescovo di Aitape (PAPUA NUOVA GUINEA)



- S. E. R. Mons. Nicholas MANG THANG, Arcivescovo Coadiutore di Mandalay, Amministratore Apostolico "sede vacante et ad nutum Sanctae Sedis" di Hakha (MYANMAR)

Il termine “Evangelizzazione” fa riferimento a tutti gli aspetti dell’attività della Chiesa. La Chiesa è veramente missionaria per sua natura ed è orientata verso la Missione di Gesù Cristo e verso la Missione dello Spirito Santo, secondo il piano di Dio Padre (Ad Gentes 2; Lumen Gentium 2). Perciò, l’invio al mondo di suo Figlio come salvatore è il piano del Padre (1 Gv 4, 14), la sua occupazione (Lc 2, 49) e il suo comando (Gv 15, 10). Non c’è quindi da meravigliarsi che Cristo abbia detto che il suo cibo è compiere la volontà di Colui (il Padre) che lo ha inviato e completare la sua opera (Gv 4, 34), e di non credergli se lui non fosse stato intento a compiere l’opera del Padre (Gv 10, 17). Cristo ha anche reso testimonianza con le sue opere e con la missione che il Padre gli ha assegnato, come un segno certo di essere stato inviato dal Padre (Gv 5, 35-37).
L’unico scopo del ministero di Cristo, la sua prima Evangelizzazione al mondo come sua missione, assegnatagli dal Padre, è quella di ricapitolare ogni cosa in Cristo e di riportare i figli erranti al Padre celeste mediante il perdono dei peccati attraverso il sacrificio della Croce, per far sì che tutti gli uomini possano dire con tutto il loro essere “Padre nostro”, qualcosa che non abbiamo più potuto fare dopo la caduta e quindi restituirci tutto ciò che abbiamo perduto per la caduta, dandoci un posto nella famiglia di nostro Padre, in sintesi: la capacità di diventare nuovamente figli adottivi di Dio, e quindi in grado di dire “Abba” (Padre). Qui si trova l’amore misericordioso del Padre, manifestato in tutta la sua perfezione da Gesù, sempre consapevole della responsabilità affidatagli dal Padre, quella cioè di Salvatore del mondo, durante la sua vita e fino alla fine per compiere la missione del Padre, nella sofferenza e nella morte sulla croce (Gv 16, 28; 18, 11). Cristo ha compiuto la sua missione con queste parole: “Perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34) e “Padre nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23, 46).
In Asia, in particolare nell’Asia meridionale, dove la maggioranza è buddista, l’evangelizzazione è molto difficile e le conversioni sono molto lente. Forse ciò si deve a due direttrici dell’ideologia o della cultura: 1) la nazionalità, la cultura e la religione vengono considerate una realtà inscindibile; 2) la crocifissione e la morte violenta di una persona non si conciliano con il suo essere Dio, Salvatore e portatore della Buona Novella, e quindi non può essere considerato un individuo buono, santo e virtuoso, alla luce delle tradizioni buddiste, come la teoria della reincarnazione. Nella linea del messaggio profetico, del ruolo e della spiritualità di Santa Teresa di Lisieux che, in questo XXI secolo, è la santa patrona delle missioni e Dottore dell’amore al Padre, a Gesù e alla Chiesa, è urgente che la Chiesa sviluppi profondamente la spiritualità teologica orientata alla missione di Santa Teresa, la quale ha posto in nuova luce uno dei concetti più antichi e fondamentali della dottrina cattolica: che Dio è il nostro Padre amante e misericordioso che si prende cura dei bisogni spirituali e corporali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni di razza, di colore o di religione e di tutte le creature (Mt 6, 26; Lc 11, 11-12).


- S. E. R. Mons. Anthony Fallah BORWAH, Vescovo di Gbarnga (LIBERIA)

In Liberia, fin dalla sua fondazione, nel 1906, la Chiesa Cattolica ha predicato Gesù Cristo come la Buona Novella della salvezza dal pulpito, mediante i dialoghi religiosi e diplomatici nonché attraverso i servizi sanitari, quelli per l’istruzione, per i diritti umani, per i media, ecc. È stata anche una voce profetica che ha messo in guardia sull’inevitabilità di un conflitto civile laddove non venivano rispettati i diritti della gente. Durante la guerra ha continuato a svolgere questo ruolo attraverso istituzioni come la Commissione Giustizia e Pace, la Radio Cattolica Veritas, la Caritas e altri servizi. Le parole del Santo Padre a Ouidah, Benin, sono importanti per l’evangelizzazione in Liberia dopo il conflitto: “La nuova evangelizzazione suppone la riconciliazione dei cristiani con Dio e con se stessi... Il fedele riconciliato diventerà anche promotore della giustizia... nelle società africane divise, in preda alla violenza e alla guerra, che hanno fame e sete della vera giustizia” (Africae munus). Oggi i liberiani hanno fame e sete di autentica giustizia, di pace e di riconciliazione e soprattutto di verità, che è tuttora la vittima più importante. La nuova evangelizzazione richiede che la Chiesa si occupi allo stesso modo dei problemi connessi alla riconciliazione, alla pace e alla giustizia, che sono un decisivo punto di avvio e un’opportunità per il Vangelo. L’approccio concreto all’evangelizzazione, in particolare la carità, ha portato alla conversione al cattolicesimo di molte persone. Alcuni di loro affermano di aver ricevuto da Nostra Signora l’aiuto per se stessi e per le proprie famiglie durante la guerra. Così, la devozione a Nostra Signora si è diffusa persino tra i non cattolici, che si uniscono volentieri durante le novene, i pellegrinaggi e le processioni mariani. Mentre questo Sinodo saluta la Beata Vergine Maria come “Stella dell’evangelizzazione”, emerge anche la necessità di ispirarsi alla sua grande sapienza, in particolare alle apparizioni approvate, come Fatima, i cui messaggi potrebbero essere importanti per la nuova evangelizzazione.


- S. Em. R. Card. Giuseppe VERSALDI, Presidente della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede (CITTÀ DEL VATICANO)

Come Cristo ha insegnato, l'annuncio del Vangelo deve essere sempre accompagnato dalla credibilità di colui che lo annuncia mettendo in pratica il messaggio che proclama. Ciò riguarda anche il modo con cui la Chiesa usa i beni temporali necessari per la sua missione spirituale. Tre osservazioni a proposito della attualità di questo tema:
1) Esiste una reale difficoltà a trovare il giusto equilibrio tra le prioritarie esigenze del fine spirituale e le tecniche con cui i beni materiali sono trattati dalle amministrazioni ecclesiastiche in quanto queste tecniche sono dettate dal mondo e sovente possono essere in contrasto col fine religioso. Ne consegue la possibilità di errori da parte di coloro che amministrano i beni ecclesiastici verso i quali deve valere nella Chiesa la presunzione di buona intenzione e di onestà fino alla dimostrazione del contrario anziché la facile accusa di interesse o di potere personale propria dei denigratori della Chiesa.
2) Nei casi possibili di cattiva amministrazione dei beni ecclesiali come terapia deve valere nella Chiesa la medicina evangelica della correzione fraterna. Prima della denuncia all' autorità deve valere il confronto personale per dare la possibilità di ravvedimento e riparazione. Trasparenza non significa automaticamente pubblicizzazione del male che porta allo scandalo. Solo se non c'è conversione, si deve ricorrere all' autorità competente alla quale spetta il compito di verificare le accuse senza che queste siano già considerate prova di malgoverno.
3) Necessità in positivo che la Chiesa comunichi meglio come vengono usati i beni in suo possesso che sono a servizio dell' evangelizzazione e della promozione umana in tutto il mondo. Non si tratta di esibire il bene che si fa, ma di rendere testimonianza della grande carità presente nella Chiesa che deve risplendere come luce che illumina il mondo.


- S. E. R. Mons. Joachim KOURALEYO TAROUNGA, Vescovo di Moundou (CIAD)

Il contesto della Chiesa nel Ciad è ben descritto dal logo dell’Anno della Fede. Vari decenni di guerra e di povertà hanno finito per creare nella gente un sentimento di impotenza e di insicurezza, un autentico vivaio per la comparsa e per la proliferazione di fenomeni come la stregoneria, la divinazione, l’alcolismo e le sette. Ma anche per una presenza viva di Cristo.
In un simile contesto, la questione fondamentale è: È mai possibile annunciare il Vangelo a coloro nei quali la storia ha consolidato un profondo sentimento di impotenza e la sensazione di essere stati abbandonati da Dio? Il n. 21 dell’Instrumentum Laboris sembra suggerirci una risposta.
È difficile annunciare Gesù Cristo a persone traumatizzate, che non hanno più fiducia in nessuno. Il nomadismo religioso, che è una forma concreta del relativismo, lo dimostra. Di fronte a questo relativismo, grande è la tentazione dello scoramento. Dove troverà quindi il nuovo evangelizzatore la forza necessaria per compiere la sua missione?
Il capitolo 13 del Vangelo di Matteo ci propone Gesù come modello mediante quattro parabole:la parabola del seminatore, la parabola della zizzania e del buon grano, la parabola del chicco di senape e la parabola del lievito nascosto nella farina. Una parabola non è soltanto un racconto adattato per far capire ciò che è complicato. Le quattro parabole manifestano anche gli atteggiamenti evangelizzatori di Gesù, vale a dire il principio della non discriminazione, la serenità e la fiducia.
Il principio della non discriminazione: il Vangelo va annunciato a tutte le nazioni, senza badare alla possibilità che venga accolto oppure rifiutato. La Chiesa deve essere seminatrice. E ciò basta. La serenità: il mondo è diventato un supermercato religioso e ideologico. Il nuovo evangelizzatore è quindi chiamato ad accettare con serenità il pluralismo come l’ambito della proclamazione di Cristo. La fiducia: la fede ubbidisce alla legge dell’incognito. Il nuovo evangelizzatore deve credere che il Vangelo annunciato produrrà il suo effetto.
Che questo Sinodo possa portare alla Chiesa la gioia di proclamare con serenità e con fiducia il Vangelo di Cristo a tutte le nazioni. Amen.


- S. E. R. Mons. Basílio DO NASCIMENTO, Vescovo di Baucau, Presidente della Conferenza Episcopale (TIMOR ORIENTALE)

Timor è un’isoletta collocata tra l’Australia e l’Indonesia, che i Paesi Bassi e il Portogallo si sono spartiti . Attualmente la metà occidentale appartiene all’Indonesia e la metà orientale è diventata indipendente 10 anni fa; è il primo paese indipendente del XXI secolo, con 18 mila kmq e 1.150.000 abitanti. L’età media è di 26 anni. Purtroppo le risorse naturali sono abbondanti, anzi, secondo gli specialisti sono troppo abbondanti. Ma la popolazione rimane povera.
Il 97 percento della popolazione è cattolica e la Chiesa cattolica ha tre diocesi. La Conferenza Episcopale esiste da sei mesi. Il resto della popolazione è composto da protestanti, induisti, buddisti, musulmani e alcuni “neutrali”.
La Chiesa di Timor Est è molto fiorente. La popolazione vive con semplicità ma con grande convinzione la fede in Gesù Cristo, cominciando dai membri del governo, i quali testimoniano pubblicamente e senza riserve la loro fede, malgrado ciò che stabilisce la Costituzione del paese. Possiamo dire che sentiamo una grande gioia e fierezza, un santo orgoglio di essere una nazione che crede in Gesù Cristo e di appartenere alla Chiesa Cattolica in piena Asia, anche se non comprendiamo ancora bene tutte le sfide che questo implica. Si tratta di una sorta di affermazione di identità. Le Filippine e Timor Orientale sono dei casi incomprensibili per quel che riguarda la Chiesa Cattolica in Asia.


- S. E. R. Mons. Edward Hilboro KUSSALA, Vescovo di Tombura-Yambio (SUDAN)

Nel contesto dei due Sudan e di tutta l’Africa, l’Evangelizzazione viene intensificata quando tiene seriamente conto delle persone alle quali è rivolta, usandone il linguaggio, i segni e i simboli, nonché rispondendo alle loro domande e toccando in tal modo davvero la loro vita quotidiana.
Per questa ragione il presente sinodo serve ad aprire gli occhi e deve avere i seguenti punti di partenza:
a) Gli agenti dell’evangelizzazione hanno prima di tutto bisogno di conversione attraverso un attento esame di sé stessi e delle proprie funzioni amministrative.
b) Come evangelizzatori dobbiamo essere propositivi e coraggiosi nel nostro ministero di evangelizzazione. La nostra missione ci chiede anzitutto di creare nella Chiesa stima reciproca, rispetto e armonia e di riconoscere ogni legittima diversità. Che genere di evangelizzazione possiamo proporre alla gente nei due Sudan e in tutta l’Africa se non la teologia della pace?
La nascita del Sudan del Sud è stata accolta con grande entusiasmo, soprattutto perché segnava la fine di anni di schiavitù, di persecuzione dei cristiani e di oppressione, ma anche perché portava la speranza di un nuovo inizio dello sviluppo e la fornitura di servizi essenziali. Di fatto, i due Sudan e il resto delle nazioni africane devono affrontare grandi sfide come quella di costruire la nazione, guarire le ferite del nostro doloroso passato e presente, gestire le attese della nostra gente, resistere agli investitori internazionali ai quali non importano la sicurezza e il benessere della popolazione locale.
c) La nuova evangelizzazione deve concentrarsi sulla spiritualità della vita: io sono la vita eterna. Deve affrontare i mali sociali e promuovere la dignità di ogni essere umano.
d) La nuova evangelizzazione in un continente come l’Africa, e ovunque vi siano risorse naturali nel mondo, richiede una teologia della natura per diffondere la cultura della tutela ambientale contro gli investitori sbagliati. Abbiamo queste risorse naturali da secoli, da un’eternità; esse hanno suscitato sogni di ricchezza e alimentato guerre, i quali in hanno causato centinaia d’anni di colonialismo, che ha depredato l’Africa fino a ridurla sul lastrico e, nel mondo moderno, sono causa di una realtà stremante, la maledizione delle risorse, di cui molti paesi africani sono il triste esempio. La maledizione delle risorse riguarda quei paesi che dovrebbero essere ricchi perché dotati di abbondanti risorse naturali, ma che in realtà sono poveri. 
Questi approcci devono essere usati come punto di partenza per una vera evangelizzazione che salvi vite e preservi la pace.


- S. E. R. Mons. Menghesteab TESFAMARIAM, M.C.C.J., Vescovo di Asmara (ERITREA)

All’inizio della Seconda Assemblea per l’Africa del Sinodo dei Vescovi il Santo Padre ci ha messo in guardia dai virus che sono apertamente all’opera per indebolire la fede cristiana in tutto il continente africano, vale a dire il secolarismo e la proliferazione delle sette. Ciò è giusto, perché essi generano rispettivamente relativismo e fondamentalismo. È quindi importante che nel nostro programma di Nuova Evangelizzazione identifichiamo le loro radici e curiamo tutto ciò che essi hanno contaminato dentro di noi, nelle nostre famiglie, nelle parrocchie e nelle diocesi. Sono nemici dichiarati della nostra fede e lo sappiamo. Ma da dove provengono? Siamo certi che non siano germogli della nostra mediocrità e della nostra incoerenza come seguaci di Gesù Cristo? Molti di coloro che sono scontenti di questo tipo di fede incoerente vissuta da noi, che ci proclamiamo buoni cristiani, possono aver scelto di seguire la via del relativismo-indifferentismo o dell’emozionalismo e del fondamentalismo! Se fossimo un po’ più coerenti e credibili nella nostra vita cristiana, non solo eviteremmo che le persone abbandonino la Chiesa visibile, ma riusciremmo ad attrarre molti nuovi membri, come i primi cristiani degli Atti degli Apostoli, che “ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati” ( At 2, 46-48).
È possibile essere profondamente religiosi e allo stesso tempo privi di fede. Naturalmente è questa la terza e più urgente sfida per noi, che desideriamo intraprendere il cammino della Nuova Evangelizzazione. Se davvero vogliamo essere sinceri con noi stessi, dobbiamo ammettere che non siamo coerenti con ciò che professiamo. E questo è stato, ed è ancora, il nemico più grande della nostra fede. È per questo che alla fine del Discorso della Montagna, nel Vangelo di Matteo, Gesù ci dice chiaramente: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.” (Mt 7, 21). Nel trasmettere la fede cristiana con la Nuova Evangelizzazione dobbiamo accertarci che la gente ascolti la Parola di Dio e la segua fedelmente. Dobbiamo sradicare questo atteggiamento mediocre da noi stessi e dalle nostre comunità.


- S. E. R. Mons. Rosario Saro VELLA, S.D.B., Vescovo di Ambanja (MADAGASCAR)

L'Africa, il Madagascar è un paese giovane e la Chiesa in Africa e in Madagascar è una chiesa giovane. Conosciamo il peso dell'Anziano nelle Comunità patriarcali. È l'anziano che trasmette i valori, i costumi... L'anziano parla e dice l'ultima parola. Ma l'artefice del cambiamento è il giovane! Noi - come Chiesa e come Vescovi - educhiamo ed insegniamo. Chi insegna però deve essere capace di apprendere. Cosa i giovani ci possono insegnare?
1. A Madrid durante la veglia ci fu una vera tempesta e una fitta pioggia che non scoraggiò i giovani che, pur bagnati, rimasero in adorazione silenziosa. Sua Santità Benedetto XVI disse loro: "La vostra forza è più grande della pioggia". I giovani hanno da insegnare alla Chiesa e a noi Vescovi il coraggio e la forza.
La Nuova evangelizzazione ha bisogno di evangelizzatori coraggiosi. Si direbbe che la barca di Pietro si trovi in mezzo alla tempesta. Lasciamoci guidare dal vento dello Spirito Santo e non lamentiamoci se le onde ci danno l'impressione di affondare. Anzi dovremmo preferire questi rischi piuttosto che navigare in acque stagnanti che ci danno solo false sicurezze. 
2. Quando i giovani dialogano amano sempre essere allo stesso livello dell'interlocutore. I giovani hanno da insegnarci l'umiltà. Molte volte noi ci presentiamo al mondo come superbi maestri di una. verità di cui ci pensiamo unici detentori, dimenticando che invece siamo deboli e stanchi pellegrini della ricerca della verità. Nel dialogo all'interno della Chiesa, nel dialogo ecumenico, nel dialogo interreligioso, nel dialogo con le grandi religioni o con le persone di altre convinzioni non dovremmo avere questo atteggiamento di umiltà? 
3. I giovani ci insegnano la gioia. 
Una gioia che è anzitutto interiore perché viene da Dio, ma che si esprime anche esternamente. I giovani chiedono a noi una liturgia più gioiosa, più partecipata, più conforme alla loro vita, una liturgia di canti e di danze. Ci chiedono una morale esigente ma non negativa, una morale che liberi i giovani dalle schiavitù dell'egoismo, del relativismo, dell'edonismo e che riempia il loro cuore. I giovani ci chiedono una fede non intellettuale ma vitale. Una fede che passi dalla mente ma che arrivi al cuore. 
4. I giovani sono molto sensibili a lavorare insieme, a condividere le esperienze, ad aiutarsi l'uno con l'altro. I giovani ci insegnano la Spiritualità di Comunione. E' una conversione, un cambio di mentalità. 
5. I giovani ci insegnano l'amore alla Croce. 
La Croce è segno di un amore infinito, di un amore che non teme la morte ma che dà la vita per coloro che si amano. La Croce è segno di una vittoria sul male personale e sul male del mondo. La Croce è la "nostra gloria, salvezza e risurrezione". Ave, Crux Spes Unica. 
Ce lo hanno insegnato tutti i santi, voglio solo ricordare i due giovani presentati come modelli dal Papa quest'anno: Pier Giorgio Frassati ("La vita è gioia anche se attraverso le sofferenze") e Chiara Luce Badano (riferendosi alla sua malattia: "Se tu lo vuoi, Gesù, anch'io lo voglio"). 


- S. E. R. Mons. Charles MAHUZA YAVA, S.D.S., Vescovo titolare di Apisa maggiore, Vicario Apostolico dell'Arcipelago delle Comores (ISOLE COMORE)

Il mio intervento si riferisce ai punti 64, 91 e 111 dell’Instrumentum laboris; cito al numero 91: “Non si può trasmettere il Vangelo senza avere come base una vita che da quel Vangelo è modellata, che in quel Vangelo trova il suo senso, la sua verità, il suo futuro”. Da qui comprendiamo che l’evangelizzazione passa innanzitutto dall’irradiamento della fede, della vita di credenti in Gesù Cristo che è Amore. È questo amore di Dio a trasformare la nostra vita dall’interno. I segni della fede che trasmettiamo diventano così un messaggio che evangelizza. Provenendo da un paese la cui popolazione è al 99,9% musulmana e in cui l’Islam è la religione di stato, il termine evangelizzazione significa per gli altri proselitismo. La nostra Chiesa è quindi una presenza silenziosa ma eloquente. La nostra fede parla attraverso gli atti d’amore e la nostra vita suscita interrogativi: perché fate tutto questo per noi? O ancora: voi fate tante belle cose, peccato che... Eppure, il proselitismo è strettamente proibito. L’unica via che ci rimane per esprimere la nostra fede sono le opere di carità. La manifestazione di questo amore è realmente evangelizzatrice. Per quanto riguarda il dialogo interreligioso, nel contesto in cui viviamo, siamo considerati kâfir, termine arabo con una connotazione dispregiativa che designa un miscredente, un non credente, un ingrato o un infedele. Siamo più tollerati che accettati. La religione cristiana cattolica è considerata la religione dell’Occidente. Perciò, instaurare un dialogo interreligioso è, quasi fuori luogo, in quanto esso non sarebbe sullo stesso livello. Tuttavia, parafrasando le parole del Papa Paolo VI, la Chiesa esiste per evangelizzare, è questa la sua vocazione vera e la sua identità profonda. E sappiamo bene che lo Spirito opera e nessuno conosce le sue vie. Quindi, l’unica possibilità di cui disponiamo, che va nella direzione di un primo contatto e che costituirebbe un’eventuale apertura al suddetto dialogo, è l’amicizia. In questo rapporto di amicizia, infatti, siamo convinti di imparare cos’è l’altro e l’altro scopre, anch’egli, chi siamo noi. Questi rapporti di amicizia sono possibili ed esistono già. È in questo modo che scopriamo che l’Islam, in se, è tollerante. Sono il fanatismo e il fondamentalismo a dare un’immagine diversa. Tuttavia, la conservazione della fede della nostra piccola minoranza rappresenta una goccia nell’oceano indiano, goccia che non può farlo smuovere. Perciò, la strada intrapresa è quella della famiglia che è cellula essenziale di tutto il corpo e quindi luogo privilegiato per un’evangelizzazione profonda. Una delle questioni che ci preoccupano è quella dei cattolici sposati con musulmani. Questo problema riguarda soprattutto le donne cattoliche che hanno sposato uomini musulmani. In generale, il marito o la famiglia del marito le obbligano a non praticare più la propria religione o persino a convertirsi all’Islam. Molte finiscono per non praticare più alcuna religione.


- S. E. R. Mons. Salutaris Melchior LIBENA, Vescovo di Ifakara (TANZANIA)

Nella regione dell’AMECEA, i giovani costituiscono il gruppo più numeroso della popolazione cristiana. Molti di loro vivono nell’incertezza, nella paura, nell’impotenza, nella disperazione e nella mancanza di speranza a causa delle sfide sociali, economiche e politiche con le quali si devono confrontare. Tuttavia, la Chiesa non è capace di prepararli in modo adeguato a rispondere alle questioni che emergono nel mondo attuale.
Dall’altra parte, i giovani cercano di conoscere e di comprendere la loro relazione con Cristo. Cercano di trovare un posto e un ruolo nella vita della Chiesa. Non come spettatori, ma come veri protagonisti nei limiti del loro mondo e delle loro esperienze di vita. Nonostante i numerosi sforzi per adeguare il ministero pastorale dei giovani, molti di loro si allontanano dalla Chiesa.
Occorre elaborare approcci di fede dinamici e rilevanti al ministero dei giovani, e al contempo rafforzare l’apostolato e l’animazione dei movimenti giovanili esistenti. In ogni parrocchia è necessaria la presenza di movimenti e associazioni giovanili per aiutare i giovani a discernere lo spirito di Dio. Occorre nominare cappellani idonei per i giovani, affinché li accompagnino in ogni fase della loro crescita umana e spirituale. In tutti i programmi di formazione degli istituti di insegnamento deve essere proposta regolarmente la fede. Trattandosi del gruppo che deve affrontare rapidi mutamenti nella società, occorre migliorare l’apostolato dei media.
Ovunque nel mondo i giovani sono il futuro della Chiesa e quindi devono occupare un posto di rilievo in tutti i programmi di evangelizzazione. La cura pastorale dei giovani deve essere chiaramente parte del piano pastorale di tutte le parrocchie e diocesi, affinché i giovani possano scoprire presto l’importanza del dono di sé, mezzo essenziale perché una persona raggiunga la maturità. Tutti noi abbiamo un ruolo da svolgere nell’attirare i giovani a Cristo e nell’edificare il Regno di Dio. Il modo più efficace è attraverso la testimonianza personale, l’amicizia, le celebrazioni sacramentali, la preghiera e le attività di gruppo. Non abbiamo dunque altra scelta, come Chiesa, che quella di prendere sul serio la questione dei giovani e della fede.


- S. E. R. Mons. Virginio Domingo BRESSANELLI, S.C.I., Vescovo di Neuquén (ARGENTINA)

La conversione pastorale deve intendersi come un processo e un itinerario della comunità cristiana nel suo insieme e nella sua pluralità che, aperta ai segni del nostro tempo, è chiamata a testimoniare nel mondo l’amore di Dio e la carità fraterna, a compiere l’annuncio di Gesù Cristo e ad offrire la vita piena in Lui.
Detto altrimenti, essa è un processo di ogni Chiesa particolare (cfr. Christus Dominus 11) che, in forma sinodale, nell’unità di tutti i suoi membri e nella diversità di carismi, di vocazioni e di ministeri, si impegna in modo comunitario in un’azione pastorale missionaria, sentendosi e agendo come corpo ecclesiale di Cristo che, in comunione con la Chiesa universale, si fa carico della missione che il Signore le ha affidato. Essa affonda le sue radici in due pilastri: la chiamata universale alla santità e la missione (cfr. Redemptoris Missio 90).
Essa chiama la Chiesa a porsi da un punto di vista pastorale nello spirito e negli orizzonti del Concilio Vaticano II, cioè: guardare il mondo con fede, con amore e con compassione; optare cristologicamente per i poveri - la Chiesa è di tutti, ma in particolare dei poveri; scommettere sempre sulla via del dialogo attivo e propositivo; promuovere il pieno inserimento dei laici e delle laiche in tutte le sfere del mondo e riconoscere loro una reale partecipazione e corresponsabilità ecclesiale, valorizzando profondamente il ruolo della donna nella trasmissione della fede; esercitare al proprio interno l’autorità come un servizio, alla maniera del Cristo servo.
Questa conversione deve coinvolgere tutti: vescovi, presbiteri, consacrati e consacrate, laici e laiche. Non può esservi conversione pastorale senza la conversione dei pastori stessi. Essa richiede alla Chiesa di rivedere la validità e l’attualità delle sue strutture pastorali, per verificare la sua ispirazione evangelica e la sua efficacia evangelizzatrice (cfr. Novo Millennio Ineunte 44), Aparecida chiama “struttura caduca” tutta quella realtà pastorale che non facilita l’evangelizzazione, ma diventa un ostacolo per comunicare il dono dell’incontro con Cristo. Il rinnovamento missionario della Chiesa impegna tutti ed esige di “abbandonare le strutture caduche che non favoriscono più la trasmissione della fede” (Documento di Aparecida 365).
La conversione pastorale chiede alla Chiesa la capacità e l’umiltà di purificare costantemente la sua memoria; esige creatività e parlar chiaro per scoprire i nuovi paradigmi dell’evangelizzazione in una società che cambia i suoi punti di riferimento. È una grazia che dobbiamo chiedere nella preghiera allo Spirito Santo, protagonista principale dell’Evangelizzazione.


- S. E. R. Mons. Kieran Thomas CONRY, Vescovo di Arundel and Brighton (GRAN BRETAGNA)

L’economia globale ha cambiato il mondo in cui cerchiamo di predicare il vangelo, ma non condivide o addirittura non riconosce nemmeno molti dei nostri valori evangelici.
La Chiesa si trova davanti una crisi che forse deriva dalla nostra incapacità di riconoscere ciò che è successo o di occuparcene al momento opportuno. Forse siamo stati troppo noncuranti prima e ora è diventata una questione urgente.
Anzitutto dobbiamo incoraggiare la nostra gente nei suoi sforzi per rimanere fedeli alla sua vocazione e restituirle la fiducia e l’orgoglio di essere cattolica. Siamo chiamati anche a riconoscere ciò che di buono si compie nelle nostre famiglie, parrocchie e scuole come centri di evangelizzazione e sorgenti di speranza.
Dobbiamo trovare inoltre una maniera più semplice e accessibile di esprimere la nostra fede, affinché la nostra gente possa, a sua volta, articolare e trasmettere ciò in cui crede. Dobbiamo anche rimanerle più vicini e comprenderne i bisogni.Non si tratta di una situazione nuova. Stiamo vivendo la visione del profeta Ezechiele nella valle delle ossa aride. Questo Sinodo e l’Anno della Fede sono momenti preziosi per cogliere, con coraggio e con spirito d’iniziativa, l’occasione di ridare nuova carne a quelle ossa.


- S. E. R. Mons. György UDVARDY, Vescovo di Pécs (UNGHERIA)

Nella Città di Pécs, davanti alla cattedrale si trova una grandissima piazza, dove i giovani si raccolgono quasi ogni sera e si appoggiano sulle sporgenze della chiesa. Conversano, giocano, a volte vociferano, altre volte fanno baldoria. Guardandoli mi coglie spesso il sentimento della perplessità, a volte quello dello sdegno, ma soprattutto quello della responsabilità: sono loro la “folla affamata”. Prendendo coraggio su me stesso, diverse volte sono andato giù ad incontrarli. Sono rimasto sorpreso dalla loro apertura: accettavano con grande gioia l’iniziativa di un rapporto e mi hanno raccontato molto volentieri e tanto sui loro studi, condizioni di abitazione, preoccupazioni, gioie, rapporti. Eppure questi giovani hanno formulato molte domande sincere sul senso della vita, sulla ragione, sulla verità come tali. Ed erano curiosi di avere sempre la mia opinione personale, in maniera accentata: “Signor Vescovo, dica quello che Lei pensa veramente!”. Essi vogliono conoscere Gesù. Uno dei giovani mi ha detto: “Non mi racconti come era buono Cristo, il Figlio di Dio, ma mi dica di Gesù che viveva come persona umana, come era capace di amare e diventare Figlio obbediente!”. Un altro giovane mi ha parlato in questo modo: ”Io sono stufo del fatto che tutti mi elencano le varie opinioni possibili su tutte le cose. Se guardo da questo lato, è così, se dall’altro lato, è diverso: mi dica chiaramente ciò che è buono, ciò che devo fare! Ci insegni!”
Da allora, parecchi di loro partecipano alla catechesi del primo venerdì del mese e poi all’adorazione eucaristica silenziosa. Durante questa, diversi di loro si confessano o rivolgono delle domande ai sacerdoti presenti. Infine preghiamo insieme la litania del Sacro Cuore di Gesù a cui sono molto affezionati e l’incontro si conclude con un agape.
Imparo molto da questi incontri serali, attraverso i giovani: sul modo di annunciare il Vangelo, sulla nuova evangelizzazione. Ma imparo soprattutto dal Maestro che, secondo il racconto dei discepoli di Emmaus, si associa al nostro cammino ed interpreta ed illumina gli eventi della nostra vita. Permettetemi di sottolineare alcuni elementi tra questi: 
Devo mettermi a cercare le forme nuove, forse insolite dei rapporti con le persone, del modo in cui mi posso associare alloro cammino; bisogna ascoltare le domande delle persone e conviene estenderle verso la ragione, verso la razionalità; continuo ad imparare come formulare in maniera personale e convincente l’insegnamento sicuro della Chiesa, affinché esso non sia mera opinione ma vera Certezza; cerco le occasioni per esporre sistematicamente 1'insegnamento della Chiesa; cerco le forme di espressione vecchie e nuove che possono aiutare le persone nella preghiera, nella consacrazione dei giorni della vita; cerco le occasioni adeguate per celebrare i sacramenti (soprattutto quello del Perdono), per la degna adorazione dell’Eucaristia.


- S. E. R. Mons. John Olorunfemi ONAIYEKAN, Arcivescovo di Abuja (NIGERIA)

Anzitutto, desidero ringraziare di cuore il Santo Padre e questa augusta assemblea per le loro attenzioni e preghiere per il nostro paese, la Nigeria, con notizie tanto frequenti su scontri religiosi e sociali, accompagnati da molte perdite di vite e di beni. Contiamo sempre sulle vostre preghiere.
Nonostante l’impressione che spesso danno i media, voglio sottolineare che i cristiani in Nigeria non si considerano vittime di una persecuzione massiccia da parte musulmana. La popolazione, di circa 160 milioni, è composta da cristiani e musulmani in parti uguali e con la stessa influenza. Siamo riusciti abbastanza bene a convivere nella stessa nazione. Crediamo di avere imparato alcuni lezioni che possono essere utili per il resto del mondo in merito alle relazioni tra cristiani e musulmani.
A questo riguardo, vorrei attirare l’attenzione di questo sinodo sui seguenti punti:
a) l’irreversibile processo di “globalizzazione”, menzionato dall’Instrumentum Laboris al numero 47, implica che la nostra Nuova Evangelizzazione dovrà fare i conti con l’arrivo dell’Islam sulla scena mondiale. Dato che ormai le nostre due religioni abbracciano una parte considerevole dell’umanità, abbiamo una responsabilità comune di operare per la pace e per l’armonia tra di noi e nel nostro mondo odierno;
b) Le differenze tra Islam e cristianesimo non sono irrilevanti. Ma esistono anche ampie aree condivise, che ci sono state ricordate dal Vaticano II in Nostra Aetate 3. La nuova evangelizzazione implicherà un lavoro comune per la promozione di valori condivisi, in un mondo che ne ha estremo bisogno;
c) Le nostre due religioni affermano di essere depositarie di una missione divina rivolta ad abbracciare tutta l’umanità. Poiché ci troviamo nello stesso “villaggio globale”, dobbiamo trovare vie per riconciliare il nostro senso della missione verso il mondo con il dovere, assegnatoci da Dio, di vivere in pace con gli altri esseri umani. Dobbiamo continuare a insistere sulla libertà di coscienza come un diritto umano fondamentale di ogni cittadino in ogni paese;
d) La nostra esperienza nigeriana ci insegna che esistono molti tipi di musulmani. Nella nuova evangelizzazione dobbiamo conoscere i nostri vicini musulmani e mantenere una mente aperta verso coloro che sono bendisposti (che poi sono la maggioranza). Dobbiamo collaborare per assicurarci che i fanatici non dettino la dinamica delle nostre relazioni reciproche, spingendoci a diventare nemici gli uni degli altri;
e) Le relazioni tra le fedi hanno una dimensione ecumenica. Fondandoci sui saldi princìpi del nostro Magistero, dobbiamo cercare di formulare un approccio comune nei rapporti con le nostre controparti musulmane. La maggior parte dei nostri problemi sono provocati dalle dichiarazioni e dalle attività sconsiderate di gruppi estremisti marginali da ambo le parti.


- S. E. R. Mons. Gerard Tlali LEROTHOLI, O.M.I., Arcivescovo di Maseru, Presidente della Conferenza Episcopale (LESOTHO)

La missione della Chiesa è la missione di Dio e lo Spirito Santo è il primo agente dell’evangelizzazione. Precede infatti ogni iniziativa umana. È una forza dinamica e irresistibile all’interno e all’esterno della Chiesa. Si muove dove vuole ed è nostro compito seguire con attenzione le sue mosse. In nessun momento abbandona la Chiesa. Come era con la Chiesa alla prima Pentecoste, così è qui ai giorni nostri. Cinquant’anni fa, lo stesso Spirito ha mosso il Beato Giovanni XXIII a convocare il Concilio Vaticano II. Sono convinto che lo stesso Spirito ha mosso il Papa Benedetto XVI a convocare questo sinodo sulla Nuova Evangelizzazione. È sempre lo stesso Spirito ad animare la Chiesa Cattolica in Lesotho che, in questo anno 2012, celebra 150 anni di evangelizzazione.
Il centro del Sinodo è la trasmissione della Fede Cristiana. Desidero mettere in luce i seguenti passi necessari per la trasmissione della fede. Si tratta di cinque tappe, distinte ma inseparabili. 1) la fede in Cristo: la fede cristiana è più che essere battezzati o andare in chiesa. È più che aderire a un insieme di norme di condotta. È una relazione personale, non privata, con la persona di Cristo, che produce la conversione del cuore e della mente. Come ogni relazione, va alimentata e custodita. È questa la sfida per la maggior parte delle persone. 2) L’appartenenza alla sua Chiesa: i cristiani non sono solo chiamati a credere, ma anche ad appartenere pienamente alla Chiesa, corpo di Cristo. E in questo aspetto si esaurisce praticamente tutta la questione dell’appartenenza alla Chiesa. La Chiesa è la famiglia di Dio, nella quale ogni membro ha un suo ruolo specifico e una missione propria da compiere. 3) Diventare suo discepolo e testimone: in quanto membra del corpo di Cristo, siamo le sue mani, i suoi piedi, i suoi occhi e il suo cuore. Dobbiamo rappresentarlo bene, imitando il suo modo di vivere. Egli si è rivolto a persone di ogni ceto e provenienza, senza discriminazioni. Ha spezzato le barriere culturali, razziali, economiche e sociali del mondo. Il suo approccio alla vita è stato unico e controcorrente. Spesso è stato accusato di mangiare con i peccatori e con gli esattori delle tasse. 4) Un comportamento adeguato: la fede cristiana non è compatibile con qualsiasi genere di vita. Richiede una condotta e forza di carattere. Questo è l’aspetto più controverso dell’essere cristiani. Esistono certamente criteri etici e morali che devono essere vissuti dal cristiano; esistono anche comportamenti inaccettabili. La prova decisiva della nostra credibilità sta qui. Le nostre azioni sono conformi alle nostre parole, il nostro credo alle nostre opere? 5) Infine, possiamo parlare della nostra fede soltanto se ne siamo pienamente convinti in prima persona. È questo evidentemente l’ambito dell’evangelizzazione. Non si tratta di un’opzione, ma di un imperativo della vocazione cristiana. Siamo chiamati per essere inviati. Desidererei che questo Sinodo si soffermasse con maggiore attenzione su queste fasi mentre riflette sulla Nuova Evangelizzazione.


- S. E. R. Mons. John Ebebe AYAH, Vescovo di Ogoja (NIGERIA)

Sono felice di condividere con voi le recenti gioie e ansie della Chiesa nigeriana, che si impegna a testimoniare Cristo di fronte al terrorismo noto popolarmente come Boko Haram. Questa situazione spinge i cristiani nigeriani verso una riflessione e un apprezzamento più profondi del valore del martirio, tenuto in alta stima dalla Chiesa. In opposizione al messaggio della prosperità, i cattolici nigeriani, in particolare, sono giunti a comprendere l’autentico significato della Croce come partecipazione alla passione di Cristo. E la vita stessa si trasforma in un pellegrinaggio di fede assieme al Signore Gesù verso il Calvario. L’essere cristiani, nel contesto nigeriano, va quindi molto oltre la semplice partecipazione alla messa domenicale.
Una prospettiva abbozzata del fenomeno Boko Haram in Nigeria:
- Vale la pena di notare che i cristiani non sono gli unici che hanno perso la vita a causa delle bombe e delle pallottole dei Boko Haram, ma, come mostrano alcune statistiche, anche parecchi musulmani.
- Non tutti i musulmani propugnano ciò che Boko Haram cerca di perpetuare in Nigeria. Molti ammirano le virtù cristiane dell’amore e della pace, che secondo loro sono parimenti promosse dal Corano. 
- Molti dei nostri fratelli e sorelle musulmani desiderano convertirsi al cristianesimo ma non possono farlo per timore di perdere la vita. Mentre la Chiesa universale celebra l’anno della Fede, i vescovi nigeriani esortano il loro gregge a osservare quanto segue:
- Noi cattolici dobbiamo esercitare la pazienza nei nostri contatti con coloro che si oppongono e lottano contro i nostri interessi, senza ricorrere alla violenza e meno ancora alla vendetta;
- Dobbiamo continuare a parlare di pace con i nostri detrattori, cercando vie significative e mature di dialogo che, nel tempo, possano condurre a una pace e concordia durevoli;
- I nostri sforzi per operare a favore del dialogo e della pace non devono essere interpretati come segni di debolezza, bensì come segni di quella forza che viene dal Signore Gesù, che è la nostra risurrezione e vita;
- Dobbiamo promuovere una solida catechesi nelle famiglie, nelle scuole e nelle piccole comunità cristiane.
Infine rimettiamo ogni nostro sforzo a favore di una pace duratura nelle mani della nostra madre benedetta, la Mediatrice di tutte le grazie.


- Rev. P. Gregory GAY, C.M., Superiore Generale della Congregazione della Missione (Lazzaristi)

Il documento Instrumentum laboris per la Nuova Evangelizzazione afferma una verità essenziale “Un simile compito di annuncio e di proclamazione non è riservato soltanto a qualcuno, a pochi eletti. È un dono fatto ad ogni uomo che risponde alla chiamata alla fede” (n. 92).
Questa verità mi è apparsa circa trent’anni fa, quando sono stato inviato alla nostra missione vincenziana in Panama. Lì ho sperimentato una Chiesa viva, una Chiesa che faceva sforzi sinceri per adattare gli insegnamenti del Vaticano II alla realtà dell’America Latina. Mi sono detto allora: “Questa è la Chiesa a cui voglio appartenere. Questa è la Chiesa anticipata dal Vaticano II”. Il lavoro collegiale con i vescovi, con il clero diocesano, con religiosi e religiose e con i laici al fine di raggiungere il bene comune al servizio della Chiesa e del mondo ha rappresentato per me la promessa e il dono del Vaticano II. La Chiesa in America Latina continua a inculturare il Vangelo. Per poter proclamare il dono della fede e rafforzare il rinnovamento della Chiesa ci sono tre momenti di incontro che considero vitali per una nuova evangelizzazione.
Un momento di presenza: Coloro che Dio pone sulla nostra strada rivelano la persona di Gesù Cristo, in particolare i poveri, gli emarginati e i derelitti. Alla presenza di Dio, riprendiamo le forze per farci presenti a tutti i membri del Corpo di Cristo in maniera coraggiosa e profetica;
Un momento di ascolto: L’ascolto ha anche due momenti contemplativi. Il momento interiore è dato dalla Parola di Dio e dall’esperienza dei poveri. In questa “stanza interiore” della nostra anima, lasciamo che la persona di Gesù entri nella quiete dei nostri cuori per accompagnarci nel nostro itinerario quotidiano. Ciò ci porta all’aspetto esteriore di un rapporto più profondo con il mondo e tra di noi.
Un momento di servizio: La nuova evangelizzazione ci sprona e ci convoca con un elemento stabile della nostra fede: l’amore di Dio e il servizio al prossimo. Il servizio nel nome di Gesù riguarda l’azione e il sostegno non soltanto a favore dei poveri, ma assieme ai poveri.
Un cammino verso il servizio attraverso la virtù: Evangelizziamo entrando nel mondo dei poveri e crescendo nelle virtù dell’umiltà, della semplicità, della carità e della giustizia. Questo è il centro del nostro retaggio vincenziano. L’opzione preferenziale per i poveri è fondamentale per la Nuova Evangelizzazione.
Un cammino verso l’azione: Con l’amore a Dio e ai poveri, immagine di suo Figlio Gesù, possiamo portare a maturazione la Nuova Evangelizzazione dando nuova vita alle missioni popolari. Collaborando assieme ai religiosi, al clero e ai laici, evangelizziamo con la presenza, con l’ascolto e con il servizio al modo di Gesù Cristo, il primo evangelizzatore.


- S. E. R. Mons. Otto SEPARY, Vescovo di Aitape (PAPUA NUOVA GUINEA)

La Chiesa in Papua Nuova Guinea e le Isole Salomone è relativamente giovane. Pur trattandosi di paesi cristiani, stiamo sperimentando parecchi atteggiamenti e comportamenti anticristiani in quasi tutti i settori della società. Ciò sembra indicare che forse il compito dell’evangelizzazione non ha fatto radici nel cuore e nella vita di ogni cristiano.
La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede prospetta un nuovo tempo di speranza per il risveglio della fede cattolica nella vita delle persone attraverso il processo costante dell’evangelizzazione. Accanto alla vita sacramentale della Chiesa, la celebrazione della sacra liturgia e altri strumenti, eventi, occasioni e possibilità correlati, nei quali sperimentiamo l’incontro personale con Gesù Cristo nostro Salvatore e Signore, è urgentemente necessario che gli evangelizzatori facciano qualche cosa in più per trasmettere la fede cristiana in modo più profondo nella vita delle persone dinanzi ai numerosi comportamenti e atteggiamenti anticristiani. Pertanto, propongo umilmente due compiti pastorali ugualmente importanti per progredire. Il primo è una cristianizzazione più profonda delle nostre culture melanesiane, e il secondo la necessità urgente che la popolazione cattolica venga catechizzata con il nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica in tutti i settori della parrocchia e della diocesi. Così facendo, è molto probabile che la fede cristiana diventi più matura e si radichi più profondamente nel cuore e nella vita della popolazione cattolica, specialmente tra i più giovani.

 

 

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