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Sinodo, presentata la bozza del messaggio

betoriI cristiani portino il Vangelo nel mondo con sereno coraggio, vincendo la paura con la fede e consapevoli della nostalgia di Dio racchiusa nel cuore dell’uomo: questo il fulcro del messaggio del Sinodo sulla nuova evangelizzazione, in corso in Vaticano. La bozza del documento, ancora provvisorio, è stata presentata stamani nel corso della 18.ma Congregazione generale. Il testo verrà poi emendato e messo ai voti venerdì prossimo.


Un’anfora vuota che attende di essere riempita da un’acqua pura che dà la vita: con questa immagine si apre la bozza del messaggio del Sinodo. Un’immagine che richiama la sete e la nostalgia di Dio racchiuse nel cuore dell’uomo contemporaneo, ma anche la missione evangelizzatrice della Chiesa ed il suo compito di andare incontro all’umanità, proprio come ha fatto Cristo con la samaritana al pozzo. 
Il messaggio è ancora provvisorio, dovrà essere emendato e poi messo ai voti, nella sua versione definitiva, venerdì prossimo. Ma quello che emerge, fino ad ora, è un tono diretto, chiaro, consapevole delle difficoltà ed anche delle sfide della nuova evangelizzazione. Niente pessimismo, dunque, dicono i vescovi: tutti, consacrati e laici, siano coinvolti nell’annuncio del Vangelo. Non si tratta certamente di inventare nuove strategie di evangelizzazione, evidenzia il Sinodo, perché la Buona Novella non è un prodotto di mercato. Occorre, invece, riscoprire i metodi con cui accostare gli uomini di oggi alla vicenda di Gesù. 
La bozza del messaggio chiama, quindi, in causa tutte le categorie ecclesiali e sociali – vescovi, sacerdoti, consacrati, famiglie, giovani, politici e molti altri – e a tutti rivolge parole di gratitudine e di incoraggiamento per il loro operato e per lo sviluppo integrale dell’umanità. Il documento provvisorio ribadisce anche l’importanza del dialogo interreligioso, delle opere di carità, dell’educazione e di un’evangelizzazione che parta innanzitutto dai membri stessi della Chiesa. 
Inoltre, lo schema del testo guarda ai singoli continenti e per ognuno di essi offre suggerimenti ed esortazioni utili alla nuova evangelizzazione, a seconda delle realtà specifiche di ogni area geografica. Quello che conta, conclude il documento provvisorio, è che i cristiani vincano la paura con la fede ed abbiano il sereno coraggio di portare il Vangelo in tutto il mondo che, sebbene pieno di incongruenze e di sfide, resta creazione di Dio.
Per un bilancio di queste prime due settimane di lavori del Sinodo in Vaticano, Paolo Ondarzaha intervistato il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze e presidente della Commissione per il messaggio del Sinodo:
R. – Lo sguardo che emerge dai nostri lavori è soprattutto uno sguardo di grande fiducia, di positività. La Chiesa si trova a confronto con grandi problemi, ma è una Chiesa viva, non è una Chiesa morta!
D. – Lo sforzo comune dei Padri sinodali è quello di andare ad intercettare le domande dell’uomo contemporaneo ed anche il suo bisogno di Dio. Le risposte sono molteplici, gli ambiti sono molteplici. Vogliamo cercare di focalizzare alcuni punti?
R. – Pur nella diversità delle culture e delle situazioni sociali non c’è stata Chiesa continentale che non abbia messo al primo posto la dimensione familiare dell’esperienza di fede sia come luogo in cui ci si trasmette la fede di generazione in generazione sia come luogo in cui oggi questa esperienza di trasmissione della fede è messa in crisi maggiormente, per i molteplici attacchi che la cultura, e a volte le situazioni sociali e politiche, pongono alla famiglia. 
D. – La famiglia oggi sta perdendo la sua identità. Pensiamo a famiglie in cui ci sono genitori risposati o figli nati da più unioni. La Chiesa intende comunque porsi in contatto con queste realtà?
R. – Io direi che non c’è mai nessun muro tra la Chiesa e le persone. Si tratta, al contrario, di creare spazi in cui anche laddove non sia possibile una pienezza di comunione, che si esprima attraverso la partecipazione all’Eucaristia, non manchino però nella Chiesa spazi per le persone che vivono situazioni familiari, come si usa dire, “irregolari” rispetto all’immagine del matrimonio che Gesù ci ha affidato, e restino però spazi di appartenenza alla Chiesa, di vita, anche di protagonismo ecclesiale nel servizio alla carità, in tanti altri modi con cui appunto ci si rende membra vive della Chiesa stessa. Nessuno è "buttato fuori" dalla comunità, per una sua irregolarità di situazione familiare. Al contrario, ha maggiore bisogno di essere accolto, sostenuto. Si pensi soprattutto ai figli, che forse sono quelli che soffrono di più di queste situazioni.
D. – Per chiudere: la sua personale esperienza dei lavori di questi giorni...
R. – Anzitutto, la fraternità tra i vescovi. Noi oggi si viene dagli angoli più lontani del mondo, ci s’incontra qui e si sente di far parte di un’unica famiglia. Anche questo atteggiamento di partecipazione ai sogni, ai pesi, alle sofferenze, ma anche alle gioie degli altri, mi sembra una bella esperienza di comunione. Poi, mi ha molto colpito anche l’atteggiamento del Santo Padre che umile ascolta, prende appunti con la sua matita come uno dei vescovi del mondo, anche se lui è il vescovo di Roma, il centro di tutta la nostra comunione! Quindi, vederlo lì come ciascuno di noi, pronto ad ascoltare gli altri, fa molta impressione. Lui, che è il maestro, diventa nostro discepolo in qualche modo, di tutti noi discepoli del Signore, nell’ascoltare quello che lo Spirito dice attraverso la voce di ciascuno dei vescovi presenti.

 

(fonte: Isabella Piro, per Radio Vaticana del 20.10.2012)

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